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Sardina di penitentes che fotografo senza respiro.
È la primavolta che incontro
forme così classiche di penitentes poiché
nelle Ande, nella Cordillera di Vilcabamba ed Urubamba
da me visitate, essi sono molto più rudimentali.
Per lunghi e ripidi macereti, l'itinerario scende veloce,
accanto a nuovi ghiacciai dalle guglie acuminate affluenti
nella valle. L'aria imbruna ed ancor ci troviamo in
cammino; le luci lontane di Abi Garm sono il nostro
traguardo.
Vi giungiamo a notte inoltrata, verso le 23, dopo aver
percorso al buio il fianco di un monte, col terreno
illuminato dai cespugli cui diamo fuoco man mano che
scendiamo.
È una discesa di quasi quattromila metri, che
sembra non aver fine.
Ad Abi Garm, non troviamo nessuno, con mezzo di trasporto,
disposto ad accompagnarci a Teheran nella notte. È
la sera del 31 agosto. Dopo una frugale cena riposiamo
saporitamente su di una stuoia all'aperto, ancora una
volta sul terrazzo di una casa.
Nelle nostre gambe abbiamo la fatica dei quasi seimila
metri di dislivello compiuti oggi, fra salita e discesa,
cui mentalmente aggiungiamo i duemila di ieri.
Quasi ottomila metri in due giorni: è un consuntivo
quanto mai lusinghiero. Un modesto avvenimento per rammentare,
esattamente dieci anni ed un mese dopo, l'unica conquista
italiana di un 8000 himalayano (')
(Bibl. 11).
Nel mese di agosto 1966 l'italiano Renzo Vidoni visita
l'Iran ed effettua l'ascensione al 'Damavano (5671 m)
in compagnia di Philip Rosenthai (Bibl. 12 ).
Nell'estate del 1967, Cosimo Zappelli, il noto compagno
di cordata di Walter Konatti nella salita invernale
alla Nord della Punta Walker delle Grandes Jorasses,
ho occasione di visitare e percorrere
i Monti Zagros nell'Iran, ma non ha trovato nessuna
montagna degna di meritare tale nome, ed è ritornato
deluso per i modesti rilievi orografici della Persia
sud-occidentale (Docum. Arch. CISDAE).
(')
Raggiunta Teheran il 1° settembre, Fantin ne ripartiva
per Shiraz e Perscpoli per portare a termine il lavoro
principale della Missione; 4000 fotografie a colori
e in bianco e nero dell'antica civiltà Achemenide,
sono il consuntivo dell'attività dei giorni successivi.
Non avendo ricevuto in tempo utile dall'Ambasciata turca
il permesso per scalare l'Ararat il giorno 8 settembre
Fantin riparte per l'Italia incontrando il prof. Tucci,
appena giuntone, e diretto all'Afghanistan per scavi
archeologici. Il 16 settembre Fantin si trova sulla
vetta del Cervino per terminare le riprese del film
del Centenario: «Via italiana al Cervino»
(N.d.R. - RM 1964).
L'alpinista Enzo Cimmino, della Sezione di Roma del
C.A.I. ed Eugenio Faggion della Sezione di Aosta del
C.A.I., effettuano la scalata al Damavano (5671 m) nel
corso dell'estate 1966, presumibilmente nel mese di
agosto, seguendo la via abituale da sud. (Bibl.
13).
Adriano Barnes, con la figlia e la moglie Lena, nell'estate
del 1967 si trova in Iran ed incontra casualmente Paola
Segre, consocia della Sezione di Roma del C.A.I.
Vien decisa la salita al Damavand e la sera del 22 agosto
Adriano Barnes e Paola Segre (unitamente ad un'amica
di quest'ultima) pernottano a Rineh: il giorno successivo
effettuano la salita fino ad un campo posto a 3200 metri.
Il giorno 24 agosto si trasferiscono a 4200 metri, ove
sta sorgendo il rifugio, ad opera di volonterosi studenti,
associati alla Iranian Mountaineering Federation.
Il 25 i tre Italiani effettuano l'ascensione al Damavand
(5671 m) ed alle ore 19 della stessa giornata gli alpinisti
sono di nuovo a Rineh, dopo una massacrante discesa.
La sera stessa, alle 22 rientrano soddisfatti a Teheran,
dopo aver scalato il loro primo «5000» (Bibl.
14).
LA SPEDIZIONE «IRAN'68»
di BRUNO BARABINO
L'insoddisfazione lasciatami da una troppo breve campagna
effettuata nel 1965 nel Caucaso Centrale, stimolò
in me il desiderio di conoscere altre montagne affacciantisi
sul Mar Caspio e precisamente quelle appartenenti alla
Catena dell'Elburz nell'Iran settentrionale. Non nascondo
che l'attrattiva di visitare una terra così piena
di fascino e di interessi storici ed artistici ebbe
notevole parte nella mia decisione.
Riformata la solita équipe di esperti ed entusiasti
alpinisti tortonesi, con il valido appoggio delle autorità
italiane ed iraniane, furono superate le difficoltà
diplomatiche e dopo febbrili preparativi si giunse al
14 agosto, giorno stabilito per la partenza. Stralcio
dai miei appunti di viaggio: Malpensa, sono le tredici.
Finalmente si parte. Con me sono Guidobono Cavalchini,
Andreis, Cordara e Boati- Clemen G. Cavalchini, Borsetti
e Caligaris ci seguiranno fra una settimana.
Dopo una sosta a Fiumicino ripartiamo per Beirut che
possiamo ammirare al tramonto. Riprendiamo il volo e
ci risvegliamo in vista di Teheran, immensa oasi luminosa
nel buio deserto, che offre un indimenticabile, fiabesco
spettacolo.
Sono le ventitré quando scendiamo a terra accolti
con viva cordialità dal presidente e dai consiglieri
dell'Iranian Mountaineering Federation, da rappresentanti
della nostra Ambasciata e persino da una famosa guida
alpina austriaca in costume tirolese.
A mezzanotte siamo al Miami Hotel.
Il caldo, malgrado l'ora, è soffocante.
15 agosto. Alle otto giunge il signor
Pattuelli, addetto alla nostra Ambasciata, che con spirito
amichevole ci assisterà durante tutta la nostra
permanenza a Teheran. Alle dieci veniamo ricevuti, al
Palazzo degli Sport, dal Generale Mowiavi presidente
del C.O.I. il quale ci porge il saluto degli sportivi
iraniani. A mezzogiorno raggiungiamo la splendida residenza
estiva dell'ambasciatore Pignatti Morano di Custoza
dal quale siamo accolti molto amichevolmente.
Alle diciotto, accompagnati da Pattuelli, perfetto interprete,
ci rechiamo alla sede della Federazione della Montagna
per un meeting. Qui troviamo Nowruzì — lo straordinario
animatore dell'alpinismo iraniano — e parecchi suoi
consiglieri. Dopo un'amichevole discussione decidiamo
di dirigerei nel gruppo delTrono di Salomone, il più
interessante di tutta la Catena dell'Elburz. Ci vengono
date le credenziali per il rappresentante dell'I.M.F.
a Rudbarak ed assegnati gli automezzi che ci dovranno
portare verso le montagne. Ci sono difficoltà
doganali per il nostro materiale che si trova ancora
all'aeroporto.
16 agosto. Giorno di sosta. Visita
alla città.
17 agosto. Si fanno laboriosi tentativi
di sdoganamento e si provvede all'acquisto dei viveri
necessari ed agli ultimi preparativi per la partenza.
18 agosto. Alle undici arriva il materiale,
già caricato sul nostro automezzo, e quindi possiamo
subito partire. Seguiamo per una quarantina di chilometri
la grande strada per Tabriz, poi deviarne verso destra
e subito penetriamo nelle montagne. Alle due,
in un piccolo villaggio, sostiamo per uno spuntino.
Passato il traforo di Kandevan cominciamo a scendere
verso il Caspio attraverso vallate a carattere alpino;
piove e siamo immersi in una fittissima nebbia. Verso
le sedici giungiamo a Marzanabad; di qui, entriamo nella
regione del Kalar Dasht.
Alle diciannove, sempre sotto la pioggia,
ci fermiamo dinnanzi all'abitazione di mister Safar
Naghavi, guida e rappresentante dell'I.M.F.
Siamo accolti entusiasticamente ed accompagnati
subito in una spaziosa stanza con magnifici tappeti,
ove ci sistemeremo per la notte. Intanto Naghavi, con
la sua attivissima e cortese moglie, ci allestisce un
delizioso pranzo a base di riso, uova e melone mentre
i suoi cinque figli si industriano a preparare i nostri
materassini ed a sistemare i nostri materiali. Quello
che sarà il nostro prezioso accompagnatore, prepara
inoltre la carovana per domani ed intanto ci illustra
la zona rivelando subito grande competenza. Egli ha
già guidato spedizioni inglesi, giapponesi, francesi
e tedesche sulle sue montagne.
Dormiamo bene sui tappeti, anche perché la temperatura
è ideale; siamo a 1300 metri e non rimpiagiamo
certamente i lussuosi alberghi della capitale.
19 agosto. Sveglia alle sei. Alle otto
tutto è pronto; la carovana, formata da dieci
quadrupedi fra muli e cavalli, si mette in moto; il
tempo è minaccioso.
La valle, in cui scorre un grosso torrente, ampia e
verdeggiante si va restringendo, diventa tortuosa e
sempre più di aspetto severo; la vegetazione,
dapprima folta, si va diradando. Sopra un malfermo ponticello
in legno, incontriamo alcuni cacciatori curdi dai caratteristici
costumi ed armati di lunghissimi fucili non certo moderni.
Poiché non avevamo visto nessun esemplare, chiediamo
notizie sulla selvaggina locale ed essi ci fanno capire
che è stata la nostra rumorosa presenza ad allontanare
cervi, daini, orsi, stambecchi e cinghiali di cui queste
vallate, del versante nord della catena, abbondano.
Quando giungiamo nella località di Banderaban,
la valle si presenta ormai spoglia per non dire desolata.
È circa mezzogiorno: mentre le bestie da soma
riposano, i pastori ci offrono tè in abbondanza,
cacio e trote squisite pescate nel torrente. All'una
riprendiamo il cammino che diventa sempre più
faticoso. Abbiamo già percorso circa venti chilometri
di strada, ma superando poco dislivello; il sentiero
ora diventa ripido ed ardito su pareti a picco per centinaia
di metri sul torrente. I muli ed i cavalli salgono sicuri,
ma Naghavi si affretta ad informarci che parecchi sono
precipitati nei burroni sottostanti.
Solo alle 19, stanchissimi, giungiamo
ad una baita-rifugio a 3600 metri, sita alla base delle
morene del Ghiacciaio di Nord Est, del gruppo dell'Alam
Kuh. Naghavi ci comunica, con orgoglio, di averla costruita
personalmente.
L'ambiente è grandioso: le nostre impressioni
concordano con quelle dei Triestini che ci hanno preceduto
su queste montagne nel 1957 compiendovi numerose ed
importanti prime ascensioni.
20 agosto. Sveglia alle sette.
Dopo il tè i portatori con i
muli ripartono per Rudbarak.
Noi sistemiamo accuratamente il materiale
ed i viveri nella nostra bàita-base e mettiamo
in funzione la cucina da campo.
Alle quattordici partono Guidobono Cavalchini ed Andreis
per una prima ricognizione verso il Ghiacciaio di Nord
Est e possibilmente piazzare le prime tende al Campo
I. Alle venti sono già di ritorno. Hanno rizzato
due tende direttamente sul ghiacciaio in una località
che definiscono bellissima, proprio sotto le pareti
dell'Alam Kuh.
21 agosto. Tutta la mattinata è
dedicata a preparativi per la partenza verso l'alto.
Carlo Boati, indisposto, resterà alla base. Verso
mezzogiorno, con Guidobon Cavalchini, Andreis e Naghavi,
oltremodo carichi, si lascia la baita ed alle quattordici
e trenta è raggiunto il Campo I. Il tempo è
bello e possiamo sistemare con tutta tranquillità
le tende ed i servizi, prima che annotti.
Tre tende Pamir ed una rossa tendina
da bivacco su cui sventolano i tricolori dei due Paesi,
proteggono il riposo degli alpinisti italiani ad oltre
4000 metri. Solo Andreis, però, riesce a dormire
e con lui, naturalmente, Safar Naghavi; tutti gli altri
non riescono a riposare per il freddo che proviene dal
ghiaccio, gelido pavimento delle tende.
G. Cavalchini ed io stiamo male; cominciano i disturbi
intestinali.
22 agosto. Sono le tre, fa molto freddo.
Mi alzo, preparo la teiera, gli do la sveglia. Alle
quattro si parte: Naghavi precede velocissimo. Si attraversa
il ghiacciaio e si attacca la parete del Chaloon che
è tutta un pericoloso sfasciume. La si attraversa
faticosamente in dirczione di un colle che raggiungiamo
alle otto. Questo si trova tra il Chaloon ed il Siah
Kaman ed è uno straordinario punto panoramico.
Lo spettacolo, al levar del sole è eccezionalmente
bello- ad est, in lontananza, domina la mole del Damavand;
ad ovest l'Alam Kuh ed il Takht-i-Suleiman; a nord si
intravede il Mar Caspio.
La sosta si prolunga perché G. Cavalchini, Cordara
ed io siamo in pessime condizioni e pertanto decidiamo
di non proseguire. Alle otto e trenta partono Andreis
e Naghavi che attaccano veloci e sicuri le rocce della
cresta est del Siah Kaman.Li
seguiamo a vista sino quasi in vetta quindi, per un
ripido canalone di sfasciumi, raggiungiamo il ghiacciaio
che percorriamo lentamente, fotografando, fino sotto
la parete granitica dell'Alam Kuh. Prima delle due i
nostri due amici sono di ritorno al Campo I. Festeggiamo
la prima vittoria.
Verso sera G. Cavalchini, Cordara e Naghavi scendono
al rifugio perché domani dovrebbero arrivare
Clemen G. Cavalchini, Borsetti e Caligaris.
23 agosto. Avendo adeguatamente sistemato
la nostra Pamir, riusciamo, Andreis ed io, a dormire
bene. Trascorriamo la giornata lavorando tranquilli
al campo, facendo una breve ricognizione sulle morene
e godendoci anche l'ultimo sole mentre una famiglia
di aquile volteggia minacciosa sopra di noi.
24 agosto. Sono le sette; ci siamo
svegliati in perfetto benessere e godiamo il primo sole
che scalda la tenda. Improvvisamente sentiamo gridare;
è Naghavi che ci consegna un biglietto di Borsetti
e G. Cavalchini i quali ci invitano a scendere alla
baita-base per decidere il programma per i prossimi
giorni. Lasciamo impiantato il Campo I e rapidamente
— in un'ora e tre quarti — raggiungiamo gli amici. Fissiamo
il programma alpinistico e festeggiamo il nostro incontro
con un pranzo preparato da Clemen ed innaffiato da un
buon vino iraniano portato da Teheran. Apprendiamo,
frattanto, che il giorno 23 G. Cavalchini e Cordara,
partiti all'alba verso la costiera sovrastante il rifugio,
hanno raggiunto per cresta le cime del Kaleiaran (4300
m ca), del Siag Kuh (4350 metri circa) e del Kubi (4400
m ca) e sono rientrati in serata alla baita-base.
Alle due partono per il Campo I, G. Cavalchini, Caligaris
e Cordara che intendono salire, domani, all'Alam Kuh.
Alla baita-base rimangono Clemen, Borsetti, Cadetto,
Safar ed il sottoscritto. Grande pulizia nel rifugio
e personale. Stupendo tramonto sulla valle; si vede
bene Rudbarak e si distingue addirittura, con il binoccolo,
la casa di Safar. Appena annotta si va a dormire.
25 agosto. Alle cinque Clemen, Borsetti
e Boati partono per il Campo I incontro ai salitori
dell'Alam Kuh; io, con Carlo Andreis e Safar mi dirigo,
invece, verso il Takht-i-Suleiman. Con noi vengono anche
due studenti universitari di Teheran, molto simpatici
e bravi rocciatori. Saliamo alla leggendaria montagna
per il versante est. Safar ci guida magistralmente.
Verso le otto, lontanissime, al colle sotto la cresta
est del Siah Kaman, vediamo stagliarsi le sagome dei
nostri tre compagni che raggiungeranno la vetta dell'Alam
Kuh subito dopo mezzogiorno.
Seguendo una bella e non difficile cresta,
prima delle undici raggiungiamo la larga cima a 4750
metri. Sostiamo a lungo per contemplare lo spettacolo
delle cime che ci attorniano e dei versanti ovest e
nord ovest che ci erano sconosciuti.
Quando decidiamo di ripartire, gli alpinisti iraniani
propongono di scendere per la parete nord ma modo da
realizzare la traversata della montagna.
Safar sembra molto perplesso, ma poi si lascia convincere.
Benché la parete sia molto ripida non vi sono
grosse difficoltà; un grave pericolo, però,
è costituito dalla estrema instabilità
delle rocce. Scendiamo con molta prudenza ed attenzione.
Safar sceglie la via con occhio esperto; la parete nel
suo terzo medio diventa sempre più erta per stringersi
in un colatoio di neve che dobbiamo necessariamente
raggiungere e proprio quando siamo a poche decine di
metri dalla neve, enormi massi precipitano nella nostra
dirczione con gran fragore. Andreis e Safar fanno a
tempo ad appiattirsi alla parete: io resto immobile
mentre la valanga di sassi mi passa a breve distanza.
Passato il comprensibile momento di panico, impolverati,
riprendiamo a scendere il più velocemente possibile
e raggiungiamo il couloir di neve proprio dove i massi
avevano lasciato il loro pauroso segno. Per la linea
di massima pendenza e facendo ben poche manovre di sicurezza,
riusciamo a portarci fuori tiro. Divalliamo per le morene
ed alle due siamo alla baita-base ove un'ora dopo giungeranno
anche gli alpinisti iraniani.
Cerchiamo di riposare in attesa dei compagni. Alle sedici
Andreis li scorge al colle sotto lo Siah Kaman.
Nel frattempo giungono anche le cavalcature che dovranno
riportare i nostri materiali a Rudbarak. Verso le diciotto
Andreis e io saliamo un centinaio di metri sopra la
baita-base, preoccupati per il ritardo dei nostri compagni.
Ormai annotta quando sentiamo le loro grida e li intravvediamo,
ancora molto distanti, sulla grande morena centrale.
Andreis e Safar, allora, si avviano verso di loro mentre
io rientro alla baita-base per preparare da mangiare.
Ormai è notte fonda e Andreis e Safar incendiano
la vegetazione per un lungo tratto per segnalare il
punto dove gli alpinisti dovranno lasciare la morena.
Anch'io provvedo ad illuminare, con
tutti i mezzi possibili, la baita-base. Alle ventuno
giungono i primi guidati da Safar. Finalmente tutte
le preoccupazioni sono fugate e la serata si conclude
in grande allegria. L'affollamento dell'unico locale
è veramente straordinario; oltre gli amici iraniani
ci sono i conducenti dei quadrupedi; un acre odore di
aglio permea tutto l'ambiente; nondimeno in breve tutti
si addormentano.
26 agosto. Alle sei siamo tutti in
piedi ed alle otto si parte. Dopo la solita sosta a
Banderaban percorriamo senza affrettarci la bellissima
valle ed alle sedici raggiungiamo Rudbarak. G. Cavalchini
e Andreis che ci avevano preceduti per andare a Cholun
per richiedere telefonicamente a Teheran l'automezzo
per il rientro, ritornano alle ventuno, portando vini
pregiati e frutta. Ottima cena preparata dalla signora
Naghavi che alla fine, incredibile, verrà fra
noi a brindare alla spedizione.
27 agosto. Prima a piedi, poi su un
curioso veicolo agricolo giapponese sino a Marzanabad,
quindi con una orrenda corriera di linea guidata dal
solito autista pazzo si giunge a Cholun, caratteristica
cittadina costiera che presenta belle costruzioni tipicamente
russe, con bei negozi ed una vita assai attiva.
Con un taxi ci facciamo portare alla spiaggia, deserta
e bellissima.
Ci tuffiamo nel caldo mare e non vorremmo
più uscirne, ma il tempo stringe; torniamo in
città e ripartiamo per Rudbarak.
28 agosto. Passiamo tutto il giorno
in attesa dell'automezzo che dovrebbe arrivare da Teheran.
29 agosto. Solo a mezzogiorno giunge
il solito simpatico autista; rapidamente carichiamo
i bagagli e, salutato l'indimenticabile Safar e la sua
famiglia, lasciamo Rudbarak. Alle diciannove, dopo un
piacevole viaggio, rivediamo la capitale.
30 e 31 agosto. Preparativi per l'ultima
ascensione.
1° settembre. Ritirate le credenziali
da Nowruzì, partiamo verso il Damavand. La strada
che va verso ovest si snoda in terreno desertico; ogni
tanto una piccola oasi, all'orizzonte montagne brulle.
Così sino alla verde Ab-Alt, stazione termale
ed a Polur, villaggio presso il quale abbandoniamo la
strada asfaltata per affrontare una orribile strada
militare che si svolge sulle pendici del Damavand che
di qui giganteggia. Con sollievo giungiamo a Rineh,
grosso paese di montagna, sede di un centro di addestramento
militare situato a circa 2000 metri. Siamo ricevuti
dal rappresentante dell'I.M.F. e dal suo più
simpatico figlio.
Siamo sistemati nell'unico locale in muratura di tutto
il villaggio ma sfornito di acqua e di ogni servizio.
Brontolando stendiamo un telo di plastica sul pavimento
e vi sistemiamo i nostri materassini. Clemen prepara
la solita minestra Knorr.
2 settembre. Alle cinque giungono i
cavalli ed i muli per i nostri bagagli; alle sei si
parte, salutati cordialmente dai militari della guarnigione.
Per tre ore seguiamo la strada militare sotto un sole
che si fa sempre più implacabile; poi, per tracce
di sentiero, in altre due ore, raggiungiamo una desolata
località abitata da pastori curdi che, per un
piccolo compenso, ci riforniscono di acqua fresca. Siamo
ormai sul versante sud del Damavand. Faticosamente riprendiamo
la salita e verso le 17 raggiungiamo il bivacco posto
recentemente dalla I.M.F. nella località dove
piantò la tenda anche "l'amico Fantin"
e dove sostavano abitualmente i salitori del grande
vulcano. Il bivacco riprende il modello Apollonio, ma
molto più in grande. Non è ancora arredato
e come al solito ci sistemiamo sul pavimento. Io non
sto bene e così anche Clemen G. Cavalchini; questa
notte noi due non potremo certo partire per raggiungere
la vetta.
3 settembre. A mezzanotte siamo tutti
m piedi; cerco di aiutare gli amia nei preparativi;
all'una G. Cavalchini, Borsetti, Andreis, Caligaris
e Cordara lasciano il bivacco. Per un certo tempo seguiamo
le piccole luci che si dirigono lentamente verso l'alto,
poi ci corichiamo in attesa dell'alba. Ai primi chiarori
siamo fuori dal bivacco. Lo spettacolo è grandioso
ma stiamo troppo male per poterlo gustare. Clemen improvvisamente
sviene e cadendo riporta una seria lesione alla spalla
sinistra. Immobilizzo la spalla ed il braccio e le somministro
degli analettici; in breve si riprende, ma è
assai dolorante.
Alle undici e trenta giungono Andreis e G. Cavalchini,
che hanno felicemente raggiunto la vetta con tutti gli
altri.
Prima che giungano tutti, Clemen G. Cavalchini ed io
partiamo, cercando di procedere il più velocemente
possibile per non intralciare il programma di rientro.
Per fortuna, alle quindici abbiamo la gioia di scorgere
su un pianoro a circa 3000 metri il nostro automezzo
che il nostro ineffabile e spericolato autista era riuscito
a portare lassù. Lo ricompenseremo adeguatamente.
Alle sedici siamo a Rineh; ci rifocilliamo rapidamente
e ripartiamo. Passando da Abi Garm, noto centro termale,
raggiungiamo nuovamente la strada asfaltata. A grande
velocità il nostro autista ci riporta alla capitale.
Sono poco più delle venti quando giungiamo al
nostro albergo; solo qui apprenderemo del disastroso
terremoto che ha colpito le regioni orientali dell'Iran.
4 settembre. Alle otto, con Giampaolo
accompagno la signora Clemen all'ospedale; poi mi reco
all'Ambasciata ove apprendo che le nostre famiglie erano
già state rassicurate telefonicamente. Alle tredici
tutto il gruppo si reca alla residenza estiva dell'Ambasciata
dove, in onore della Spedizione, viene offerto un pranzo.
L'accoglienza è festosa. Al brindisi consegno
i doni del C.A.I. all'Ambasciatore e a Nowruzì
che ci ha così fraternamente aiutati. Alle diciannove
ultima riunione di congedo alla Federazione; ci vengono
consegnati diplomi e doni. Salutiamo, veramente commossi,
questi simpatici ed ospitali alpinisti che sotto la
eccezionale guida di Nowruzì, uomo di cultura
europea e di grande esperienza alpinistica, hanno saputo,
in pochi anni, creare un'efficiente organizzazione che
istruisce , equipaggia e porta sulle catene montuose
del paese, migliala di giovani alpinisti.
5 e 6 settembre. Visite ai musei e
preparativi per la partenza.
7 settembre. Alle due e trenta si parte
da Teheran.
Volo stupendo sul deserto con la luna piena.. Sosta
a Beirut, poi il Mediterraneo, Roma, Milano...
Hanno partecipato alla Spedizione:
l'accademico Giampaolo Guidobono Cavalchini con la consorte
Clemen, nota pittrice, la guida Silvio Borsetti, Carlo
Andreis, Mauro Caligaris, Carlo (Carletto) Boati, Dario
Cordara e Bruno Barabino.
NOTE
Le montagne, prevalentemente di natura scistosa, si
presentano ricoperte da grandi quantità di detriti.
La vetta del Trono di Salomone è costituita da
massi stranamente rotondeggianti le cui dimensioni crescono
verso la cima. Tutte queste montagne risentono dei disturbi
tettonici non lontani, legati al vulcano Damavand. Si
riscontrano filoni di aspetto granitico che risaltano
per la loro compattezza. Di qui creste di interesse
alpinistico e la grande parete dell'antecima dell'Alam
Kuh, liscia e con enormi tetti che ricordano le più
celebrate pareti dolomitiche. Non rare sono le sorgenti
di acque minerali e termali, anche in quota come quella
sul versante ovest del Trono di Salomone, a quasi 4000
metri.
Altro fenomeno assai interessante è quello delle
acque del Ghiacciaio di Nord Est dell'Alam Kuh che spariscono
nel sottosuolo, alla fronte del ghiacciaio stesso, per
riapparire a parecchi chilometri di distanza, da due
enormi bocche a metà di una parete rocciosa.
Il fenomeno delle acque termali si evidenzia sul Damavand
dove, a 2000 metri sorge Abi Garm, stazione idrotermale
di notevole rinomanza (Bibl. 15).
PRIMA SALITA SCI-ALPINISTICA
ITALIANA AL DAMAVANO
di ANGELO ANDREOTTI
L'intenzione di salire sulla più alta vetta del
Medio Oriente con gli sci è nata nell'ambiente
dello Ski Club Torino: come del resto l'escursione al
Toubkal nell'Atlante, come può darsi prossimamente
per una montagna glaciale posta chissà dove...
Dopo qualche anno di gestazione, nonostante il parere
contrario di alcuni che, saliti in estate, non ritenevano
la cosa piacevole, quattro amici (Angelo Andreotti,
Emanuele Cassarà, Benito Magri e Lorenzo Rossi
di Montelera) completarono il programma e partirono
il 25 aprile 1969 per Teheran.
Accolti con entusiasmo da dirigenti e soci del ITranian
Mountaineering Federation, che già si erano gentilmente
prestati per le informazioni preventive, alla sera del
26, dopo un tragitto in auto di oltre 100 chilometri
su strada asfaltata ed una quindicina su carrozzabile...
in elaborazione — pernottavamo in una pulita casetta
su bellissimi tappeti nella casa di Sulaiman, nel paesino
di Rineh a 2200 metri.
Sulaiman è il capo dei portatori ed il fiduciario
della Federazione. A lui ci si rivolge per contrattare
gli asinelli!, per il trasporto dei bagagli e per i
portatori.
Sulle pendici del Damavand c'è una nuova capanna,
4155 metri, a forma in semibotte, prefabbricata in metallo,
capace di una trentina di posti su tavola.
Asia occidentale - ELBURZ E MONTI IRANICI
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