CLUB ALPINO ITALIANO SEZ. DI TORTONA
"GABRIELE BOCCALATTE"

VIA TRENTO,31 C/o Palestra F.Coppi - 15057 TORTONA - (AL)      Tel. O131820778
CASELLA POSTALE 53  e-mail: info@caitortona.net

APERTURA: GIOVEDI'   21,00 - 23,00

 



 

 



Sardina di penitentes che fotografo senza respiro.

È la primavolta che incontro forme così classiche di penitentes poiché nelle Ande, nella Cordillera di Vilcabamba ed Urubamba da me visitate, essi sono molto più rudimentali.
Per lunghi e ripidi macereti, l'itinerario scende veloce, accanto a nuovi ghiacciai dalle guglie acuminate affluenti nella valle. L'aria imbruna ed ancor ci troviamo in cammino; le luci lontane di Abi Garm sono il nostro traguardo.
Vi giungiamo a notte inoltrata, verso le 23, dopo aver percorso al buio il fianco di un monte, col terreno illuminato dai cespugli cui diamo fuoco man mano che scendiamo.
È una discesa di quasi quattromila metri, che sembra non aver fine.
Ad Abi Garm, non troviamo nessuno, con mezzo di trasporto, disposto ad accompagnarci a Teheran nella notte. È la sera del 31 agosto. Dopo una frugale cena riposiamo saporitamente su di una stuoia all'aperto, ancora una volta sul terrazzo di una casa.
Nelle nostre gambe abbiamo la fatica dei quasi seimila metri di dislivello compiuti oggi, fra salita e discesa, cui mentalmente aggiungiamo i duemila di ieri.
Quasi ottomila metri in due giorni: è un consuntivo quanto mai lusinghiero. Un modesto avvenimento per rammentare, esattamente dieci anni ed un mese dopo, l'unica conquista italiana di un 8000 himalayano (') (Bibl. 11).

Nel mese di agosto 1966 l'italiano Renzo Vidoni visita l'Iran ed effettua l'ascensione al 'Damavano (5671 m) in compagnia di Philip Rosenthai (Bibl. 12 ).
Nell'estate del 1967, Cosimo Zappelli, il noto compagno di cordata di Walter Konatti nella salita invernale alla Nord della Punta Walker delle Grandes Jorasses, ho
occasione di visitare e percorrere i Monti Zagros nell'Iran, ma non ha trovato nessuna montagna degna di meritare tale nome, ed è ritornato deluso per i modesti rilievi orografici della Persia sud-occidentale (Docum. Arch. CISDAE).

(') Raggiunta Teheran il 1° settembre, Fantin ne ripartiva per Shiraz e Perscpoli per portare a termine il lavoro principale della Missione; 4000 fotografie a colori e in bianco e nero dell'antica civiltà Achemenide, sono il consuntivo dell'attività dei giorni successivi. Non avendo ricevuto in tempo utile dall'Ambasciata turca il permesso per scalare l'Ararat il giorno 8 settembre Fantin riparte per l'Italia incontrando il prof. Tucci, appena giuntone, e diretto all'Afghanistan per scavi archeologici. Il 16 settembre Fantin si trova sulla vetta del Cervino per terminare le riprese del film del Centenario: «Via italiana al Cervino» (N.d.R. - RM 1964).


L'alpinista Enzo Cimmino, della Sezione di Roma del C.A.I. ed Eugenio Faggion della Sezione di Aosta del C.A.I., effettuano la scalata al Damavano (5671 m) nel corso dell'estate 1966, presumibilmente nel mese di agosto, seguendo la via abituale da sud. (Bibl. 13).

Adriano Barnes, con la figlia e la moglie Lena, nell'estate del 1967 si trova in Iran ed incontra casualmente Paola Segre, consocia della Sezione di Roma del C.A.I.
Vien decisa la salita al Damavand e la sera del 22 agosto Adriano Barnes e Paola Segre (unitamente ad un'amica di quest'ultima) pernottano a Rineh: il giorno successivo effettuano la salita fino ad un campo posto a 3200 metri.
Il giorno 24 agosto si trasferiscono a 4200 metri, ove sta sorgendo il rifugio, ad opera di volonterosi studenti, associati alla Iranian Mountaineering Federation.
Il 25 i tre Italiani effettuano l'ascensione al Damavand (5671 m) ed alle ore 19 della stessa giornata gli alpinisti sono di nuovo a Rineh, dopo una massacrante discesa.
La sera stessa, alle 22 rientrano soddisfatti a Teheran, dopo aver scalato il loro primo «5000» (Bibl. 14).

LA SPEDIZIONE «IRAN'68»
di BRUNO BARABINO

L'insoddisfazione lasciatami da una troppo breve campagna effettuata nel 1965 nel Caucaso Centrale, stimolò in me il desiderio di conoscere altre montagne affacciantisi sul Mar Caspio e precisamente quelle appartenenti alla Catena dell'Elburz nell'Iran settentrionale. Non nascondo che l'attrattiva di visitare una terra così piena di fascino e di interessi storici ed artistici ebbe notevole parte nella mia decisione.
Riformata la solita équipe di esperti ed entusiasti alpinisti tortonesi, con il valido appoggio delle autorità italiane ed iraniane, furono superate le difficoltà diplomatiche e dopo febbrili preparativi si giunse al 14 agosto, giorno stabilito per la partenza. Stralcio dai miei appunti di viaggio: Malpensa, sono le tredici. Finalmente si parte. Con me sono Guidobono Cavalchini, Andreis, Cordara e Boati- Clemen G. Cavalchini, Borsetti e Caligaris ci seguiranno fra una settimana.
Dopo una sosta a Fiumicino ripartiamo per Beirut che possiamo ammirare al tramonto. Riprendiamo il volo e ci risvegliamo in vista di Teheran, immensa oasi luminosa nel buio deserto, che offre un indimenticabile, fiabesco spettacolo.
Sono le ventitré quando scendiamo a terra accolti con viva cordialità dal presidente e dai consiglieri dell'Iranian Mountaineering Federation, da rappresentanti della nostra Ambasciata e persino da una famosa guida alpina austriaca in costume tirolese.

A mezzanotte siamo al Miami Hotel. Il caldo, malgrado l'ora, è soffocante.
15 agosto. Alle otto giunge il signor Pattuelli, addetto alla nostra Ambasciata, che con spirito amichevole ci assisterà durante tutta la nostra permanenza a Teheran. Alle dieci veniamo ricevuti, al Palazzo degli Sport, dal Generale Mowiavi presidente del C.O.I. il quale ci porge il saluto degli sportivi iraniani. A mezzogiorno raggiungiamo la splendida residenza estiva dell'ambasciatore Pignatti Morano di Custoza dal quale siamo accolti molto amichevolmente.
Alle diciotto, accompagnati da Pattuelli, perfetto interprete, ci rechiamo alla sede della Federazione della Montagna per un meeting. Qui troviamo Nowruzì — lo straordinario animatore dell'alpinismo iraniano — e parecchi suoi consiglieri. Dopo un'amichevole discussione decidiamo di dirigerei nel gruppo delTrono di Salomone, il più interessante di tutta la Catena dell'Elburz. Ci vengono date le credenziali per il rappresentante dell'I.M.F. a Rudbarak ed assegnati gli automezzi che ci dovranno portare verso le montagne. Ci sono difficoltà doganali per il nostro materiale che si trova ancora all'aeroporto.
16 agosto. Giorno di sosta. Visita alla città.
17 agosto. Si fanno laboriosi tentativi di sdoganamento e si provvede all'acquisto dei viveri necessari ed agli ultimi preparativi per la partenza.
18 agosto. Alle undici arriva il materiale, già caricato sul nostro automezzo, e quindi possiamo subito partire. Seguiamo per una quarantina di chilometri la grande strada per Tabriz, poi deviarne verso destra e subito penetriamo nelle montagne. Alle due,
in un piccolo villaggio, sostiamo per uno spuntino.
Passato il traforo di Kandevan cominciamo a scendere verso il Caspio attraverso vallate a carattere alpino; piove e siamo immersi in una fittissima nebbia. Verso
le sedici giungiamo a Marzanabad; di qui, entriamo nella regione del Kalar Dasht.

Alle diciannove, sempre sotto la pioggia, ci fermiamo dinnanzi all'abitazione di mister Safar Naghavi, guida e rappresentante dell'I.M.F.
Siamo accolti entusiasticamente ed accompagnati subito in una spaziosa stanza con magnifici tappeti, ove ci sistemeremo per la notte. Intanto Naghavi, con la sua attivissima e cortese moglie, ci allestisce un delizioso pranzo a base di riso, uova e melone mentre i suoi cinque figli si industriano a preparare i nostri materassini ed a sistemare i nostri materiali. Quello che sarà il nostro prezioso accompagnatore, prepara inoltre la carovana per domani ed intanto ci illustra la zona rivelando subito grande competenza. Egli ha già guidato spedizioni inglesi, giapponesi, francesi e tedesche sulle sue montagne.
Dormiamo bene sui tappeti, anche perché la temperatura è ideale; siamo a 1300 metri e non rimpiagiamo certamente i lussuosi alberghi della capitale.
19 agosto. Sveglia alle sei. Alle otto tutto è pronto; la carovana, formata da dieci quadrupedi fra muli e cavalli, si mette in moto; il tempo è minaccioso.
La valle, in cui scorre un grosso torrente, ampia e verdeggiante si va restringendo, diventa tortuosa e sempre più di aspetto severo; la vegetazione, dapprima folta, si va diradando. Sopra un malfermo ponticello in legno, incontriamo alcuni cacciatori curdi dai caratteristici costumi ed armati di lunghissimi fucili non certo moderni.
Poiché non avevamo visto nessun esemplare, chiediamo notizie sulla selvaggina locale ed essi ci fanno capire che è stata la nostra rumorosa presenza ad allontanare cervi, daini, orsi, stambecchi e cinghiali di cui queste vallate, del versante nord della catena, abbondano.
Quando giungiamo nella località di Banderaban, la valle si presenta ormai spoglia per non dire desolata.
È circa mezzogiorno: mentre le bestie da soma riposano, i pastori ci offrono tè in abbondanza, cacio e trote squisite pescate nel torrente. All'una riprendiamo il cammino che diventa sempre più faticoso. Abbiamo già percorso circa venti chilometri di strada, ma superando poco dislivello; il sentiero ora diventa ripido ed ardito su pareti a picco per centinaia di metri sul torrente. I muli ed i cavalli salgono sicuri, ma Naghavi si affretta ad informarci che parecchi sono precipitati nei burroni sottostanti.

Solo alle 19, stanchissimi, giungiamo ad una baita-rifugio a 3600 metri, sita alla base delle morene del Ghiacciaio di Nord Est, del gruppo dell'Alam Kuh. Naghavi ci comunica, con orgoglio, di averla costruita personalmente.
L'ambiente è grandioso: le nostre impressioni concordano con quelle dei Triestini che ci hanno preceduto su queste montagne nel 1957 compiendovi numerose ed importanti prime ascensioni.
20 agosto. Sveglia alle sette.

Dopo il tè i portatori con i muli ripartono per Rudbarak.
Noi sistemiamo accuratamente il materiale ed i viveri nella nostra bàita-base e mettiamo in funzione la cucina da campo.
Alle quattordici partono Guidobono Cavalchini ed Andreis per una prima ricognizione verso il Ghiacciaio di Nord Est e possibilmente piazzare le prime tende al Campo I. Alle venti sono già di ritorno. Hanno rizzato due tende direttamente sul ghiacciaio in una località che definiscono bellissima, proprio sotto le pareti dell'Alam Kuh.
21 agosto. Tutta la mattinata è dedicata a preparativi per la partenza verso l'alto. Carlo Boati, indisposto, resterà alla base. Verso mezzogiorno, con Guidobon Cavalchini, Andreis e Naghavi, oltremodo carichi, si lascia la baita ed alle quattordici e trenta è raggiunto il Campo I. Il tempo è bello e possiamo sistemare con tutta tranquillità le tende ed i servizi, prima che annotti.

Tre tende Pamir ed una rossa tendina da bivacco su cui sventolano i tricolori dei due Paesi, proteggono il riposo degli alpinisti italiani ad oltre 4000 metri. Solo Andreis, però, riesce a dormire e con lui, naturalmente, Safar Naghavi; tutti gli altri non riescono a riposare per il freddo che proviene dal ghiaccio, gelido pavimento delle tende.
G. Cavalchini ed io stiamo male; cominciano i disturbi intestinali.
22 agosto. Sono le tre, fa molto freddo. Mi alzo, preparo la teiera, gli do la sveglia. Alle quattro si parte: Naghavi precede velocissimo. Si attraversa il ghiacciaio e si attacca la parete del Chaloon che è tutta un pericoloso sfasciume. La si attraversa faticosamente in dirczione di un colle che raggiungiamo alle otto. Questo si trova tra il Chaloon ed il Siah Kaman ed è uno straordinario punto panoramico.
Lo spettacolo, al levar del sole è eccezionalmente bello- ad est, in lontananza, domina la mole del Damavand; ad ovest l'Alam Kuh ed il Takht-i-Suleiman; a nord si intravede il Mar Caspio.
La sosta si prolunga perché G. Cavalchini, Cordara ed io siamo in pessime condizioni e pertanto decidiamo di non proseguire. Alle otto e trenta partono Andreis e Naghavi che attaccano veloci e sicuri le rocce della cresta est del Siah Kaman.
Li seguiamo a vista sino quasi in vetta quindi, per un ripido canalone di sfasciumi, raggiungiamo il ghiacciaio che percorriamo lentamente, fotografando, fino sotto la parete granitica dell'Alam Kuh. Prima delle due i nostri due amici sono di ritorno al Campo I. Festeggiamo la prima vittoria.
Verso sera G. Cavalchini, Cordara e Naghavi scendono al rifugio perché domani dovrebbero arrivare Clemen G. Cavalchini, Borsetti e Caligaris.
23 agosto. Avendo adeguatamente sistemato la nostra Pamir, riusciamo, Andreis ed io, a dormire bene. Trascorriamo la giornata lavorando tranquilli al campo, facendo una breve ricognizione sulle morene e godendoci anche l'ultimo sole mentre una famiglia di aquile volteggia minacciosa sopra di noi.
24 agosto. Sono le sette; ci siamo svegliati in perfetto benessere e godiamo il primo sole che scalda la tenda. Improvvisamente sentiamo gridare; è Naghavi che ci consegna un biglietto di Borsetti e G. Cavalchini i quali ci invitano a scendere alla baita-base per decidere il programma per i prossimi giorni. Lasciamo impiantato il Campo I e rapidamente — in un'ora e tre quarti — raggiungiamo gli amici. Fissiamo il programma alpinistico e festeggiamo il nostro incontro con un pranzo preparato da Clemen ed innaffiato da un buon vino iraniano portato da Teheran. Apprendiamo, frattanto, che il giorno 23 G. Cavalchini e Cordara, partiti all'alba verso la costiera sovrastante il rifugio, hanno raggiunto per cresta le cime del Kaleiaran (4300 m ca), del Siag Kuh (4350 metri circa) e del Kubi (4400 m ca) e sono rientrati in serata alla baita-base.
Alle due partono per il Campo I, G. Cavalchini, Caligaris e Cordara che intendono salire, domani, all'Alam Kuh. Alla baita-base rimangono Clemen, Borsetti, Cadetto, Safar ed il sottoscritto. Grande pulizia nel rifugio e personale. Stupendo tramonto sulla valle; si vede bene Rudbarak e si distingue addirittura, con il binoccolo, la casa di Safar. Appena annotta si va a dormire.
25 agosto. Alle cinque Clemen, Borsetti e Boati partono per il Campo I incontro ai salitori dell'Alam Kuh; io, con Carlo Andreis e Safar mi dirigo, invece, verso il Takht-i-Suleiman. Con noi vengono anche due studenti universitari di Teheran, molto simpatici e bravi rocciatori. Saliamo alla leggendaria montagna per il versante est. Safar ci guida magistralmente. Verso le otto, lontanissime, al colle sotto la cresta est del Siah Kaman, vediamo stagliarsi le sagome dei nostri tre compagni che raggiungeranno la vetta dell'Alam Kuh subito dopo mezzogiorno.

Seguendo una bella e non difficile cresta, prima delle undici raggiungiamo la larga cima a 4750 metri. Sostiamo a lungo per contemplare lo spettacolo delle cime che ci attorniano e dei versanti ovest e nord ovest che ci erano sconosciuti.
Quando decidiamo di ripartire, gli alpinisti iraniani propongono di scendere per la parete nord ma modo da realizzare la traversata della montagna.
Safar sembra molto perplesso, ma poi si lascia convincere. Benché la parete sia molto ripida non vi sono grosse difficoltà; un grave pericolo, però, è costituito dalla estrema instabilità delle rocce. Scendiamo con molta prudenza ed attenzione. Safar sceglie la via con occhio esperto; la parete nel suo terzo medio diventa sempre più erta per stringersi in un colatoio di neve che dobbiamo necessariamente raggiungere e proprio quando siamo a poche decine di metri dalla neve, enormi massi precipitano nella nostra dirczione con gran fragore. Andreis e Safar fanno a tempo ad appiattirsi alla parete: io resto immobile mentre la valanga di sassi mi passa a breve distanza. Passato il comprensibile momento di panico, impolverati, riprendiamo a scendere il più velocemente possibile e raggiungiamo il couloir di neve proprio dove i massi avevano lasciato il loro pauroso segno. Per la linea di massima pendenza e facendo ben poche manovre di sicurezza, riusciamo a portarci fuori tiro. Divalliamo per le morene ed alle due siamo alla baita-base ove un'ora dopo giungeranno anche gli alpinisti iraniani.
Cerchiamo di riposare in attesa dei compagni. Alle sedici Andreis li scorge al colle sotto lo Siah Kaman.
Nel frattempo giungono anche le cavalcature che dovranno riportare i nostri materiali a Rudbarak. Verso le diciotto Andreis e io saliamo un centinaio di metri sopra la baita-base, preoccupati per il ritardo dei nostri compagni.
Ormai annotta quando sentiamo le loro grida e li intravvediamo, ancora molto distanti, sulla grande morena centrale. Andreis e Safar, allora, si avviano verso di loro mentre io rientro alla baita-base per preparare da mangiare. Ormai è notte fonda e Andreis e Safar incendiano la vegetazione per un lungo tratto per segnalare il punto dove gli alpinisti dovranno lasciare la morena.

Anch'io provvedo ad illuminare, con tutti i mezzi possibili, la baita-base. Alle ventuno giungono i primi guidati da Safar. Finalmente tutte le preoccupazioni sono fugate e la serata si conclude in grande allegria. L'affollamento dell'unico locale è veramente straordinario; oltre gli amici iraniani ci sono i conducenti dei quadrupedi; un acre odore di aglio permea tutto l'ambiente; nondimeno in breve tutti si addormentano.
26 agosto. Alle sei siamo tutti in piedi ed alle otto si parte. Dopo la solita sosta a Banderaban percorriamo senza affrettarci la bellissima valle ed alle sedici raggiungiamo Rudbarak. G. Cavalchini e Andreis che ci avevano preceduti per andare a Cholun per richiedere telefonicamente a Teheran l'automezzo per il rientro, ritornano alle ventuno, portando vini pregiati e frutta. Ottima cena preparata dalla signora Naghavi che alla fine, incredibile, verrà fra noi a brindare alla spedizione.
27 agosto. Prima a piedi, poi su un curioso veicolo agricolo giapponese sino a Marzanabad, quindi con una orrenda corriera di linea guidata dal solito autista pazzo si giunge a Cholun, caratteristica cittadina costiera che presenta belle costruzioni tipicamente russe, con bei negozi ed una vita assai attiva.
Con un taxi ci facciamo portare alla spiaggia, deserta e bellissima.

Ci tuffiamo nel caldo mare e non vorremmo più uscirne, ma il tempo stringe; torniamo in città e ripartiamo per Rudbarak.
28 agosto. Passiamo tutto il giorno in attesa dell'automezzo che dovrebbe arrivare da Teheran.
29 agosto. Solo a mezzogiorno giunge il solito simpatico autista; rapidamente carichiamo i bagagli e, salutato l'indimenticabile Safar e la sua famiglia, lasciamo Rudbarak. Alle diciannove, dopo un piacevole viaggio, rivediamo la capitale.
30 e 31 agosto. Preparativi per l'ultima ascensione.
1° settembre. Ritirate le credenziali da Nowruzì, partiamo verso il Damavand. La strada che va verso ovest si snoda in terreno desertico; ogni tanto una piccola oasi, all'orizzonte montagne brulle. Così sino alla verde Ab-Alt, stazione termale ed a Polur, villaggio presso il quale abbandoniamo la strada asfaltata per affrontare una orribile strada militare che si svolge sulle pendici del Damavand che di qui giganteggia. Con sollievo giungiamo a Rineh, grosso paese di montagna, sede di un centro di addestramento militare situato a circa 2000 metri. Siamo ricevuti dal rappresentante dell'I.M.F. e dal suo più simpatico figlio.
Siamo sistemati nell'unico locale in muratura di tutto il villaggio ma sfornito di acqua e di ogni servizio.
Brontolando stendiamo un telo di plastica sul pavimento e vi sistemiamo i nostri materassini. Clemen prepara la solita minestra Knorr.
2 settembre. Alle cinque giungono i cavalli ed i muli per i nostri bagagli; alle sei si parte, salutati cordialmente dai militari della guarnigione. Per tre ore seguiamo la strada militare sotto un sole che si fa sempre più implacabile; poi, per tracce di sentiero, in altre due ore, raggiungiamo una desolata località abitata da pastori curdi che, per un piccolo compenso, ci riforniscono di acqua fresca. Siamo ormai sul versante sud del Damavand. Faticosamente riprendiamo la salita e verso le 17 raggiungiamo il bivacco posto recentemente dalla I.M.F. nella località dove piantò la tenda anche "l'amico Fantin" e dove sostavano abitualmente i salitori del grande vulcano. Il bivacco riprende il modello Apollonio, ma molto più in grande. Non è ancora arredato e come al solito ci sistemiamo sul pavimento. Io non sto bene e così anche Clemen G. Cavalchini; questa notte noi due non potremo certo partire per raggiungere la vetta.
3 settembre. A mezzanotte siamo tutti m piedi; cerco di aiutare gli amia nei preparativi; all'una G. Cavalchini, Borsetti, Andreis, Caligaris e Cordara lasciano il bivacco. Per un certo tempo seguiamo le piccole luci che si dirigono lentamente verso l'alto, poi ci corichiamo in attesa dell'alba. Ai primi chiarori siamo fuori dal bivacco. Lo spettacolo è grandioso ma stiamo troppo male per poterlo gustare. Clemen improvvisamente sviene e cadendo riporta una seria lesione alla spalla sinistra. Immobilizzo la spalla ed il braccio e le somministro degli analettici; in breve si riprende, ma è assai dolorante.
Alle undici e trenta giungono Andreis e G. Cavalchini, che hanno felicemente raggiunto la vetta con tutti gli altri.
Prima che giungano tutti, Clemen G. Cavalchini ed io partiamo, cercando di procedere il più velocemente possibile per non intralciare il programma di rientro.
Per fortuna, alle quindici abbiamo la gioia di scorgere su un pianoro a circa 3000 metri il nostro automezzo che il nostro ineffabile e spericolato autista era riuscito a portare lassù. Lo ricompenseremo adeguatamente. Alle sedici siamo a Rineh; ci rifocilliamo rapidamente e ripartiamo. Passando da Abi Garm, noto centro termale, raggiungiamo nuovamente la strada asfaltata. A grande velocità il nostro autista ci riporta alla capitale. Sono poco più delle venti quando giungiamo al nostro albergo; solo qui apprenderemo del disastroso terremoto che ha colpito le regioni orientali dell'Iran.
4 settembre. Alle otto, con Giampaolo accompagno la signora Clemen all'ospedale; poi mi reco all'Ambasciata ove apprendo che le nostre famiglie erano già state rassicurate telefonicamente. Alle tredici tutto il gruppo si reca alla residenza estiva dell'Ambasciata dove, in onore della Spedizione, viene offerto un pranzo. L'accoglienza è festosa. Al brindisi consegno i doni del C.A.I. all'Ambasciatore e a Nowruzì che ci ha così fraternamente aiutati. Alle diciannove ultima riunione di congedo alla Federazione; ci vengono consegnati diplomi e doni. Salutiamo, veramente commossi, questi simpatici ed ospitali alpinisti che sotto la eccezionale guida di Nowruzì, uomo di cultura europea e di grande esperienza alpinistica, hanno saputo, in pochi anni, creare un'efficiente organizzazione che istruisce , equipaggia e porta sulle catene montuose del paese, migliala di giovani alpinisti.
5 e 6 settembre. Visite ai musei e preparativi per la partenza.
7 settembre. Alle due e trenta si parte da Teheran.
Volo stupendo sul deserto con la luna piena.. Sosta a Beirut, poi il Mediterraneo, Roma, Milano...


Hanno partecipato alla Spedizione: l'accademico Giampaolo Guidobono Cavalchini con la consorte Clemen, nota pittrice, la guida Silvio Borsetti, Carlo Andreis, Mauro Caligaris, Carlo (Carletto) Boati, Dario Cordara e Bruno Barabino.


NOTE
Le montagne, prevalentemente di natura scistosa, si presentano ricoperte da grandi quantità di detriti.
La vetta del Trono di Salomone è costituita da massi stranamente rotondeggianti le cui dimensioni crescono verso la cima. Tutte queste montagne risentono dei disturbi tettonici non lontani, legati al vulcano Damavand. Si riscontrano filoni di aspetto granitico che risaltano per la loro compattezza. Di qui creste di interesse alpinistico e la grande parete dell'antecima dell'Alam Kuh, liscia e con enormi tetti che ricordano le più celebrate pareti dolomitiche. Non rare sono le sorgenti di acque minerali e termali, anche in quota come quella sul versante ovest del Trono di Salomone, a quasi 4000 metri.
Altro fenomeno assai interessante è quello delle acque del Ghiacciaio di Nord Est dell'Alam Kuh che spariscono nel sottosuolo, alla fronte del ghiacciaio stesso, per riapparire a parecchi chilometri di distanza, da due enormi bocche a metà di una parete rocciosa.
Il fenomeno delle acque termali si evidenzia sul Damavand dove, a 2000 metri sorge Abi Garm, stazione idrotermale di notevole rinomanza (Bibl. 15).

PRIMA SALITA SCI-ALPINISTICA ITALIANA AL DAMAVANO
di ANGELO ANDREOTTI

L'intenzione di salire sulla più alta vetta del Medio Oriente con gli sci è nata nell'ambiente dello Ski Club Torino: come del resto l'escursione al Toubkal nell'Atlante, come può darsi prossimamente per una montagna glaciale posta chissà dove...
Dopo qualche anno di gestazione, nonostante il parere contrario di alcuni che, saliti in estate, non ritenevano la cosa piacevole, quattro amici (Angelo Andreotti, Emanuele Cassarà, Benito Magri e Lorenzo Rossi di Montelera) completarono il programma e partirono il 25 aprile 1969 per Teheran.
Accolti con entusiasmo da dirigenti e soci del ITranian Mountaineering Federation, che già si erano gentilmente prestati per le informazioni preventive, alla sera del 26, dopo un tragitto in auto di oltre 100 chilometri su strada asfaltata ed una quindicina su carrozzabile... in elaborazione — pernottavamo in una pulita casetta su bellissimi tappeti nella casa di Sulaiman, nel paesino di Rineh a 2200 metri.
Sulaiman è il capo dei portatori ed il fiduciario della Federazione. A lui ci si rivolge per contrattare gli asinelli!, per il trasporto dei bagagli e per i portatori.
Sulle pendici del Damavand c'è una nuova capanna, 4155 metri, a forma in semibotte, prefabbricata in metallo, capace di una trentina di posti su tavola.

 


Asia occidentale - ELBURZ E MONTI IRANICI




 



LINK UTILI