CLUB ALPINO ITALIANO SEZ. DI TORTONA
"GABRIELE BOCCALATTE"

VIA TRENTO,31 C/o Palestra F.Coppi - 15057 TORTONA - (AL)      Tel. O131820778
CASELLA POSTALE 53  e-mail: info@caitortona.net

APERTURA: GIOVEDI'   21,00 - 23,00

 



 

 



Sardina in due, corre lungo il suo fianco nord in direzione ovest est alcuni chilometri, per dividersi finalmente in due bracci; uno di essi gira decisamente verso nord, fino ai piedi della montagna che ci interessa.
Quel pomeriggio, accampammo presto in una depressione fra le morene, al fianco di una sorgente d'acqua limpida. Mangiammo controvoglia un pessimo riso al burro,che ricordava certe colle per attaccare manifesti preparate con farina bianca. Poi ci mettemmo tutt'e due nel sacco da bivacco di Cesare Fava; Dupont si addormentò subito. Io invece rimasi un po' di tempo a guardare il movimento delle nubi con il loro continuo formare e disfare figure strane: rettili mostri, facce, esseri indescrivibili. Un'anitra si trasformò in pesce, questo in coccodrillo, che a sua volta si allargò fino ad essere un piatto volante, che poi mise le ali e fu un drago. Vidi anche un vecchio immenso, con la barba bianca ed i capelli cadenti sulle spalle. Mi impressionò. Confesso che lo spettacolo mi intrattenne più che certi programmi della televisione.
Alle otto del venerdì 17 febbraio, attaccammo la montagna per il suo versante nord est, attraversando prima il breve Ghiacciaio Udine, e poi prendendo direttamente su per i ghiaioni. Fu una marcia uguale ed un po' monotona: l'ascensione in sé non ha storia.
Rogelio perse terreno finché rimase seduto al riparo di una pietra. Capii che il ragazzo aveva compiuto, nei giorni scorsi, uno sforzo considerevole per i suoi sedici anni, e che aveva già consumato tutte le sue riserve. In qualsiasi altro luogo sarei tornato al suo fianco ed avrei abbandonato l'impresa; però qui non c'erano pericoli, la temperatura era ottima, la cima era vicina, ed il ragazzo lo avrei sempre tenuto
d'occhio. Lo salutai con la mano ed egli mi rispose alla stessa maniera. Un'ora dopo, mi trovavo sulla cima.
Cercai documenti di possibili ascensioni anteriori, senza trovarli.

Su un angolo vidi un mucchio di pietre sfasciate, che potrebbe essere stato anni prima una «pirca» (dei Polacchi? ma Ostrowski non parla di questa montagna) o che era solo un mucchio di pietre formato naturalmente. Guardai l'altimetro: segnava 5250 metri, ed il termometro 14 gradi sopra zero, cioè una temperatura primaverile (5190 m).
L'ascensione durò quattro ore senza nessuna sosta, superando un dislivello di 300 metri l'ora, (il campo della notte precedente si trovava a 4000 metri) e questo, insisto, grazie alla buona acclimatazione.
Siccome la Valle (R/'o) Colorado era coperta di nubi, non potei vedere che i piedi del Mercedario, il Pico Neero e brevi tratti de La Ramada e de La Mesa.
Preparai un documento nel quale battezzai la montagna «Pico Friuli», per ricordare la «piccola patria» dove sono nato, costruii una pirca e tornai sui miei passi. Dupont mi aspettava più giù, ed assieme tornammo, con alcune ore di marcia, sulle sponde del
Rio Colorado, per trascorrere lì la notte (Bibl. 64).

ANDE ARGENTINE 1968
di BRUNO UGGERI

Componenti la spedizione: Giorgio Colli (guida di Champoluc)

Carlo Pedenovi (Sezione di Tortona del C.A.I.),
Bruno Uggeri (Sezione di Alessandria del C.A.I., capo-spedizione ).

La sera del 4 febbraio, giungiamo all'aereoporto di Mendoza, in tré: Colli, Pedenovi ed Uggeri, poiché il quarto componente della spedizione, Mariani, è stato trattenuto da impegni a Roma. Il giorno 5 siamo già riuniti con gli amici Grajales, Lavado, Tretrop e Triep a San Rafael, davanti ad una mensa riccamente imbandita, con vini prelibati, che danno la misura dei veri pericoli cui la spedizione si trova esposta.
La sera del 9, dopo esser saliti per allenamento alla cima del Volcan Overo (4765 m) abbiamo posto un confortevole Campo-base sulla riva del bellissimo lago Atuel a 3000 metri.

La rapidità della nostra avanzata non trova riscontro nemmeno negli annali della «blitzkrieg»: in tre giorni abbiamo superato imponenti difficoltà logistiche, abbiamo trovato muli da carico, mansueti cavalli da sella e conducenti; abbiamo superato con un abbondante materiale il percorso di più di 30 chilometri, non facile, dalla miniera del Sosneado al lago Atuel ed abbiamo posto un campo in posizione incantevole. Davanti a noi sta un superbo anfiteatro di cime al di sopra dei 4000 metri mai salite dall'uomo. L'affiatamento è meraviglioso ed un'allegria incontenibile regna nel campo. Il tempo è bello e la notte siamo rallegrati da una luminosissima luna piena che si specchia nel lago. Unica deficienza: l'amico Grajales constata, che nel lago non vi sono trote.
Dobbiamo questa perfezione organizzativa agli amici sanrafaelini, che per mesi hanno lavorato e viaggiato superando grandi difficoltà per renderci possibile questa marcia di rapidità veramente sorprendente, soprattutto in Argentina.
Il mattino del 10 febbraio la compagnia si divide in due gruppi. L'uno, composto da Colli, Lavado, Tretrop ed Uggeri si dirige verso un ampio massiccio posto al nord del lago che presenta tre belle cime di ghiaccio e roccia. L'altro, composto da Grajales, Pedenovi e Triep si dirige ad un altro massiccio posto a nord ovest, il quale presenta una lunga ed imponente cresta irta di torri.
Il gruppo di Colli, dopo la traversata di faticose morene e di un lungo ghiacciaio coperto di penitente, bivacca a quota 3950, in prossimità di un colle che da accesso alla cresta est del massiccio.

Fa freddo e soffia forte vento tutta la notte. Per il freddo, il mattino non è possibile mettersi in moto prima delle nove. In due cordate, gli alpinisti attaccano la parete nord est di ghiaccio, che porta alla punta orientale del massiccio. La parete, alta circa 400 metri è molto ripida. La presenza di penitentes, che formano però buoni appigli, rende meno pericolosa, anche se più faticosa, la salita che sarebbe altrimenti di grande difficoltà. Dopo quattro ore, i quattro si abbracciano sulla prima vetta inviolata.
L'altimetro segna 4330 metri. Tutti sono commossi e Lavado piange dalla commozione. Al massiccio viene posto il nome di Massiccio Puelche(1), dal nome dei primi abitatori della regione, ed alla vetta Aguja de l'Amistad. Discesi per circa 200 metri in dirczione ovest, ad un colle, gli alpinisti salgono una lunga cresta con direzione est ovest, difficile per i numerosi gendarmi di roccia marcia. Un sasso ferisce abbastanza seriamente ad una mano Lavado, il quale subisce l'infortunio con ammirevole stoicismo. Alle quindici le due cordate raggiungono la seconda vetta del massiccio, alta 4400 metri, alla quale pongono il nome di Comahue (Bel- vedere, in linguaggio indigeno). Colli poi scala da solo una terza punta pure di 4400 metri, cui viene posto il nome del console italiano di San Rafael da poco scomparso, console Ugo Filati.
Dopo un altro bivacco, tormentati dal persistente gelido vento, gli alpinisti riprendono la discesa, superando con difficoltà un torrente in piena e rientrano al Campo-base alle ore diciotto del giorno 12.
Contemporaneamente la cordata composta da Grajales, Pedenovi e Triep si dirige al massiccio nord ovest. Dopo aver salito una faticosa morena, raggiunge alle dodici un ampio ghiacciaio della parete nord est del massiccio, ghiacciaio ricoperto da penitentes che impongono una dura fatica ai salitori.
Risalito il ghiacciaio raggiungono un'alta bastionata di rocce. La risalgono, con grande fatica, lungo un canale di rocce instabili e raggiungono la cresta ad un colle di 3900 metri. Le condizioni della roccia, marcia ed estremamente pericolosa per la forte esposizione, non permette loro di proseguire. Essi decidono di scendere sul versante sud, per un ghiacciaio pure coperto di penitente!. Scesi per 150 metri di quota, si dirigono ad ovest e superata una cestola rocciosa, riescono a raggiungere nuovamente la cresta a quota 4050. Sono le ore venti; quivi bivaccano, con temperatura molto rigida. Il mattino successivo proseguono lungo la cresta ed alle undici raggiungono una vetta di 4160 metri, dalla quale si domina un meraviglioso mare di vette e tutta l'ampia vallata del Atuel. Alla vetta pongono il nome di Mirador de l'Atuel. La cordata prosegue lungo la cresta, che volge in dirczione nord. Salti di roccia marcia insormontabili li costringono ancora una volta a deviare. Scendono allora sul ghiacciaio nord e qui bivaccano a quota 3750.

La notte è freddissima. Il mattino, per il freddo intenso, possono mettersi in moto solo alle dieci. Risalgono il ghiacciaio in direzione di una cima dominante; attraversato con difficoltà il crepaccio terminale, salgono per un canale di ghiaccio con inclinazione di 70° e raggiungono un'antecima dalla quale, per una cresta di rocce marce e pericolose, raggiungono la vetta di 4130 metri ed alla quale danno il nome di Torre n. 1. Ridiscendono indi per la via di salita al ghiacciaio nord e con lunga marcia ritornano al Campo-base, ove si incontrano festanti con l'altro gruppo.
Dopo un giorno di riposo, tutta la spedizione ritorna alla miniera del Sosneado. Da qui, il giorno 15, Colli, Grajales, Pedenovi, Tretrop ed Uggeri ripartono verso un altro massiccio inesplorato, posto sulla destra dell'alta valle de l'Atuel e che, nel suo versante nord, presenta un'imponente parete di roccia e di ghiaccio. Dopo varie puntate esplorative a cavallo, riescono ad individuare la via per raggiungere la base della parete. Attraverso un complicato saliscendi di morene e di sfasciumi faticosissimi, pongono un campo abbastanza confortevole a quota 3000, ai margini del ghiacciaio che scende dalla parete nord del massiccio. Il mattino successivo, attraversato con fatica il lungo ghiacciaio, giungono alle dodici ai piedi della parete. Superata la difficile terminale, divisi in due cordate, attaccano un lungo canale di ghiaccio con pendìo medio superiore ai 50°. La salita è anche faticosa, ma meno pericolosa per la presenza di penitentes.

Il canale li impegna fortemente per quattro ore ininterrotte.
Alle 17 giungono ad un colle, dal quale si domina un vastissimo panorama sulle Ande argentine e cilene. Dal colle, per una cresta di media difficoltà e con direzione est, gli alpinisti raggiungono la vetta di 4150 metri, alla quale danno il nome di Aguja Tortona.
Al massiccio, data la sua forma, viene posto il nome di Peine de l'Atuel.
Rientrano a notte al campo ed il giorno successivo, con una lunghissima marcia massacrante, raggiungono la miniera del Sosneado. Da qui, dopo un giorno di riposo, tutto il gruppo rientra a San Rafael, festosamente accolto da amici andinisti con una serie di feste e di pranzi, che mette in serio pericolo la loro incolumità.
Sottrattisi a fatica a questo susseguirsi di pranzi pantagruelici e di lieti festeggiamenti i tre Italiani ritornano a Mendoza, indi si recano a Barreal in compagnia del comandante della gendarmeria Juan Antonio Burgos de Santa Cruz, ospiti dell'amico e connazionale Bruno Ponsò. Con molte difficoltà, grazie all'aiuto del comandante Burgos, riescono a riunire gli animali necessari per raggiungere la grande parete sud del Mercedario. Mentre sono a Barreal, giunge una notizia che raffredda molto i loro entusiasmi: una spedizione giapponese, dopo un mese di sforzi ha da pochi giorni scalato l'inviolata parete sud.
Agli Italiani si uniscono l'alpinista austriaco Hannes Neuwirth ed il parroco di Barreal don Carlos De Caro. Tutta la spedizione, accompagnata dal comandante Burgos e dal maresciallo Raul Joffre, si trasferisce ad Hornillas. Il 29 febbraio iniziano la marcia di avvicinamento. Con una lunga e difficile cavalcata, per terreno impervio e pericolosi guadi di impetuosi torrenti, risalgono la valle del Rio Colorado e pongono il Campo-base alla sorgente del fiume a quota 3500. Il giorno successivo pongono il Campo I a quota 4300, sul ghiacciaio, alla base della parete che si innalza con uno scivolo di ghiaccio continuo sino a 6000 metri. Appena giunti, si scatena una bufera di neve e vento, che per tré giorni li costringe nelle tende. Il giorno 4 di marzo, mentre Uggeri, indisposto, resta al Campo I, gli altri quattro salgono a porre il Campo II a quota 5000 e ridiscendono.

Il pomeriggio successivo con tempo incerto risalgono al Campo II con il materiale per la scalata, e quivi pernottano con vento gelido tortissimo. Il mattino, con un'impegnativa salita di ghiaccio, raggiungono quota 5500 e pongono il Campo III sopra un seracco. La notte è freddissima ed il termometro segna —8° nell'interno del sacco da bivacco. Il vento aumenta sempre di violenza.
Con vento a raffiche, valutabile sui 70-80 chilometri orari, riprendono, il mattino del 7, a gradinare per il lungo scivolo di ghiaccio che porta alla bastionata rocciosa sotto la vetta, ove praticamente hanno termine le difficoltà tecniche. Sotto di loro, si inabissa lo scivolo di ghiaccio ininterrotto per quasi 2000 metri. Alle undici hanno raggiunto quota 6000 e superata tutta la parte difficile della parete. Ma il vento si fa sempre più forte ed il freddo intollerabile. La parete non offre alcun punto di riparo. Hannes si accorge di aver i piedi insensibili per congelamento. Padre De Caro è pure fortemente provato. Colli e Pedenovi si sentono ancora forti e desidererebbero proseguire; ma si deve rinunciare. Bisogna scendere. Iniziano una cauta discesa che, con molta fatica, ma senza incidenti, li porta ai piedi della parete. Qui anche Pedenovi si accorge di un iniziale congelamento dei piedi di cui, nella tensione e nell'entusiasmo dell'azione, non si era reso conto.
Tutti scendono il giorno successivo al Campo-base, indi con un'estenuante cavalcata di quindici ore per terreno accidentatissimo, guadando i torrenti in piena, rientrano ad Hornillas e poi a Mendoza (Bibl. 65).

Nel febbraio del 1968 Manuel Bazan e Giuseppe Degli Esposti effettuano una ascensione al Ceno Cortaderas (5220 m) per una via insolita, già percorsa una sola volta in precedenza.

Degli Esposti racconta sinteticamente: «Da Santiago in auto fino al rifugio Lo Valdès (2000 m) e dì lì a dorso di mulo per il "Cajon del Morado" (Estero del Morado) fino ad una forcella sul versante orientale del "Cajon", alta circa 4300 metri. Di lì si prosegue a piedi e, dopo una breve discesa, si installa il campo a 415 O metri.
Il giorno successivo (8 febbraio) si parte alle 7,30 e si sale per un ghiacciaio molto crepacciato fino ad una insellatura che divide il Cervo Cortaderas (5220 m) dalla Punta Italia (4978 metri, Cerro Campione d'Italia); da quel punto si prosegue verso sinistra e poi si sale per rocce facili ma completamente marce per giungere in vetta alle ore 15 circa.
Dopo mezz'ora si inizia la discesa con neve fradicia a causa del grande calore diurno; sul ghiacciaio, più in basso, si perde molto tempo per aggirare i crepacci dato che numerosi ponti di neve sono caduti. Alle ore 23,30 si giunge finalmente al campo; in previsione di un ritorno notturno si era scelto il periodo di luna piena per effettuare la scalata.
La nostra è stata la prima "ripetizione" per quella via; i nostri predecessori avevano impiegato due giorni e mezzo per concretare lo stesso itinerario» (Bibl. 66 ).


Una spedizione italo-argentina vien realizzata fra il 1° ed il 7 marzo 1968 nelle Ande Cileno-Argentine Centrali: fanno parte del gruppo Filippo Frasson, Hermann Joss, Checo Dal Ri ed Helga Brimmer.
Viene tentato il N'evado Juncal (6110 m) per il suo versante sud est, per una via non dissimile da quella seguita da Reicherf nel 1910, terminata con un insuccesso.

 

 

 

(1) Nel nome deformato di Peuenche, contenuto nella relazione, si è creduto di ravvisare quello di Puelche, nome del popolo dell'America australe, composto da raccoglitori e cacciatori di guanaco. I Puelche sono conosciuti anche come Pampeani.
Potrebbe essere anche il nome dei Tehuelche, nome dato dagli Araucani agli abitanti della Patagonia: Tehuelche è ugualmente la lingua che era parlata dai Patagoni, appartenenti al gruppo pampide. Pampeani e pampidi, sono espressioni derivate da pampa, pianura sconfinata (nota di M.F.).


America meridionale - ANDE CILENO-ARGENTINE
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