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Sardina in due, corre lungo il suo fianco nord in direzione
ovest est alcuni chilometri, per dividersi finalmente
in due bracci; uno di essi gira decisamente verso nord,
fino ai piedi della montagna che ci interessa.
Quel pomeriggio, accampammo presto in una depressione
fra le morene, al fianco di una sorgente d'acqua limpida.
Mangiammo controvoglia un pessimo riso al burro,che
ricordava certe colle per attaccare manifesti preparate
con farina bianca. Poi ci mettemmo tutt'e due nel sacco
da bivacco di Cesare Fava; Dupont si addormentò
subito. Io invece rimasi un po' di tempo a guardare
il movimento delle nubi con il loro continuo formare
e disfare figure strane: rettili mostri, facce, esseri
indescrivibili. Un'anitra si trasformò in pesce,
questo in coccodrillo, che a sua volta si allargò
fino ad essere un piatto volante, che poi mise le ali
e fu un drago. Vidi anche un vecchio immenso, con la
barba bianca ed i capelli cadenti sulle spalle. Mi impressionò.
Confesso che lo spettacolo mi intrattenne più
che certi programmi della televisione.
Alle otto del venerdì 17 febbraio, attaccammo
la montagna per il suo versante nord est, attraversando
prima il breve Ghiacciaio Udine, e poi prendendo direttamente
su per i ghiaioni. Fu una marcia uguale ed un po' monotona:
l'ascensione in sé non ha storia.
Rogelio perse terreno finché rimase seduto al
riparo di una pietra. Capii che il ragazzo aveva compiuto,
nei giorni scorsi, uno sforzo considerevole per i suoi
sedici anni, e che aveva già consumato tutte
le sue riserve. In qualsiasi altro luogo sarei tornato
al suo fianco ed avrei abbandonato l'impresa; però
qui non c'erano pericoli, la temperatura era ottima,
la cima era vicina, ed il ragazzo lo avrei sempre tenuto
d'occhio. Lo salutai con la mano
ed egli mi rispose alla stessa maniera. Un'ora dopo,
mi trovavo sulla cima.
Cercai documenti di possibili ascensioni anteriori,
senza trovarli.
Su un angolo vidi un mucchio di pietre
sfasciate, che potrebbe essere stato anni prima una
«pirca» (dei Polacchi? ma Ostrowski non
parla di questa montagna) o che era solo un mucchio
di pietre formato naturalmente. Guardai l'altimetro:
segnava 5250 metri, ed il termometro 14 gradi sopra
zero, cioè una temperatura primaverile (5190
m).
L'ascensione durò quattro ore senza nessuna sosta,
superando un dislivello di 300 metri l'ora, (il campo
della notte precedente si trovava a 4000 metri) e questo,
insisto, grazie alla buona acclimatazione.
Siccome la Valle (R/'o) Colorado era coperta di nubi,
non potei vedere che i piedi del Mercedario, il Pico
Neero e brevi tratti de La Ramada e de La Mesa.
Preparai un documento nel quale battezzai la montagna
«Pico Friuli», per ricordare la «piccola
patria» dove sono nato, costruii una pirca e tornai
sui miei passi. Dupont mi aspettava più giù,
ed assieme tornammo, con alcune ore di marcia, sulle
sponde del
Rio Colorado, per trascorrere lì la notte (Bibl.
64).
ANDE ARGENTINE 1968
di BRUNO UGGERI
Componenti la spedizione: Giorgio Colli (guida
di Champoluc)
Carlo Pedenovi (Sezione di Tortona
del C.A.I.),
Bruno Uggeri (Sezione di Alessandria
del C.A.I., capo-spedizione ).
La sera del 4 febbraio, giungiamo all'aereoporto di
Mendoza, in tré: Colli, Pedenovi ed Uggeri, poiché
il quarto componente della spedizione, Mariani, è
stato trattenuto da impegni a Roma. Il giorno 5 siamo
già riuniti con gli amici Grajales, Lavado, Tretrop
e Triep a San Rafael, davanti ad una mensa riccamente
imbandita, con vini prelibati, che danno la misura dei
veri pericoli cui la spedizione si trova esposta.
La sera del 9, dopo esser saliti per allenamento alla
cima del Volcan Overo (4765 m) abbiamo posto un confortevole
Campo-base sulla riva del bellissimo lago Atuel a 3000
metri.
La rapidità della nostra avanzata
non trova riscontro nemmeno negli annali della «blitzkrieg»:
in tre giorni abbiamo superato imponenti difficoltà
logistiche, abbiamo trovato muli da carico, mansueti
cavalli da sella e conducenti; abbiamo
superato con un abbondante materiale il percorso di
più di 30 chilometri, non facile, dalla miniera
del Sosneado al lago Atuel ed abbiamo posto un campo
in posizione incantevole. Davanti a noi sta un superbo
anfiteatro di cime al di sopra dei 4000 metri mai salite
dall'uomo. L'affiatamento è meraviglioso ed un'allegria
incontenibile regna nel campo. Il tempo è bello
e la notte siamo rallegrati da una luminosissima luna
piena che si specchia nel lago. Unica deficienza: l'amico
Grajales constata, che nel lago non vi sono trote.
Dobbiamo questa perfezione organizzativa agli amici
sanrafaelini, che per mesi hanno lavorato e viaggiato
superando grandi difficoltà per renderci possibile
questa marcia di rapidità veramente sorprendente,
soprattutto in Argentina.
Il mattino del 10 febbraio la compagnia si divide in
due gruppi. L'uno, composto da Colli, Lavado, Tretrop
ed Uggeri si dirige verso un ampio massiccio posto al
nord del lago che presenta tre belle cime di ghiaccio
e roccia. L'altro, composto da Grajales, Pedenovi e
Triep si dirige ad un altro massiccio posto a nord ovest,
il quale presenta una lunga ed imponente cresta irta
di torri.
Il gruppo di Colli, dopo la traversata di faticose morene
e di un lungo ghiacciaio coperto di penitente, bivacca
a quota 3950, in prossimità di un colle che da
accesso alla cresta est del massiccio.
Fa freddo e soffia forte vento tutta
la notte. Per il freddo, il mattino non è possibile
mettersi in moto prima delle nove. In due cordate, gli
alpinisti attaccano la parete nord est di ghiaccio,
che porta alla punta orientale del massiccio. La parete,
alta circa 400 metri è molto ripida. La presenza
di penitentes, che formano però buoni appigli,
rende meno pericolosa, anche se più faticosa,
la salita che sarebbe altrimenti di grande difficoltà.
Dopo quattro ore, i quattro si abbracciano sulla prima
vetta inviolata.
L'altimetro segna 4330 metri. Tutti
sono commossi e Lavado piange dalla commozione. Al massiccio
viene posto il nome di Massiccio Puelche(1),
dal nome dei primi abitatori della regione, ed alla
vetta Aguja de l'Amistad. Discesi per circa 200 metri
in dirczione ovest, ad un colle, gli alpinisti salgono
una lunga cresta con direzione est ovest, difficile
per i numerosi gendarmi di roccia marcia. Un sasso ferisce
abbastanza seriamente ad una mano Lavado, il quale subisce
l'infortunio con ammirevole stoicismo. Alle quindici
le due cordate raggiungono la seconda vetta del massiccio,
alta 4400 metri, alla quale pongono il nome di Comahue
(Bel- vedere, in linguaggio indigeno). Colli poi scala
da solo una terza punta pure di 4400 metri, cui viene
posto il nome del console italiano di San Rafael da
poco scomparso, console Ugo Filati.
Dopo un altro bivacco, tormentati dal persistente gelido
vento, gli alpinisti riprendono la discesa, superando
con difficoltà un torrente in piena e rientrano
al Campo-base alle ore diciotto del giorno 12.
Contemporaneamente la cordata composta da Grajales,
Pedenovi e Triep si dirige al massiccio nord ovest.
Dopo aver salito una faticosa morena, raggiunge alle
dodici un ampio ghiacciaio della parete nord est del
massiccio, ghiacciaio ricoperto da penitentes che impongono
una dura fatica ai salitori.
Risalito il ghiacciaio raggiungono un'alta bastionata
di rocce. La risalgono, con grande fatica, lungo un
canale di rocce instabili e raggiungono la cresta ad
un colle di 3900 metri. Le condizioni della roccia,
marcia ed estremamente pericolosa per la forte esposizione,
non permette loro di proseguire. Essi decidono di scendere
sul versante sud, per un ghiacciaio pure coperto di
penitente!. Scesi per 150 metri di quota, si dirigono
ad ovest e superata una cestola rocciosa, riescono a
raggiungere nuovamente la cresta a quota 4050. Sono
le ore venti; quivi bivaccano, con temperatura molto
rigida. Il mattino successivo proseguono lungo la cresta
ed alle undici raggiungono una vetta di 4160 metri,
dalla quale si domina un meraviglioso mare di vette
e tutta l'ampia vallata del Atuel. Alla vetta pongono
il nome di Mirador de l'Atuel. La cordata prosegue lungo
la cresta, che volge in dirczione nord. Salti di roccia
marcia insormontabili li costringono ancora una volta
a deviare. Scendono allora sul ghiacciaio nord e qui
bivaccano a quota 3750.
La notte è freddissima. Il mattino,
per il freddo intenso, possono mettersi in moto solo
alle dieci. Risalgono il ghiacciaio in direzione di
una cima dominante; attraversato con difficoltà
il crepaccio terminale, salgono per un canale di ghiaccio
con inclinazione di 70° e raggiungono un'antecima
dalla quale, per una cresta di rocce marce e pericolose,
raggiungono la vetta di 4130 metri ed alla quale danno
il nome di Torre n. 1. Ridiscendono indi per la via
di salita al ghiacciaio nord e con lunga marcia ritornano
al Campo-base, ove si incontrano festanti con l'altro
gruppo.
Dopo un giorno di riposo, tutta la spedizione ritorna
alla miniera del Sosneado. Da qui, il giorno 15, Colli,
Grajales, Pedenovi, Tretrop ed Uggeri ripartono verso
un altro massiccio inesplorato, posto sulla destra dell'alta
valle de l'Atuel e che, nel suo versante nord, presenta
un'imponente parete di roccia e di ghiaccio. Dopo varie
puntate esplorative a cavallo, riescono ad individuare
la via per raggiungere la base della parete. Attraverso
un complicato saliscendi di morene e di sfasciumi faticosissimi,
pongono un campo abbastanza confortevole a quota 3000,
ai margini del ghiacciaio che scende dalla parete nord
del massiccio. Il mattino successivo, attraversato con
fatica il lungo ghiacciaio, giungono alle dodici ai
piedi della parete. Superata la difficile terminale,
divisi in due cordate, attaccano un lungo canale di
ghiaccio con pendìo medio superiore ai 50°.
La salita è anche faticosa, ma meno pericolosa
per la presenza di penitentes.
Il canale li impegna fortemente per
quattro ore ininterrotte.
Alle 17 giungono ad un colle, dal quale
si domina un vastissimo panorama sulle Ande argentine
e cilene. Dal colle, per una cresta di media difficoltà
e con direzione est, gli alpinisti raggiungono la vetta
di 4150 metri, alla quale danno il nome di Aguja Tortona.
Al massiccio, data la sua forma, viene
posto il nome di Peine de l'Atuel.
Rientrano a notte al campo ed il giorno
successivo, con una lunghissima marcia massacrante,
raggiungono la miniera del Sosneado. Da qui, dopo un
giorno di riposo, tutto il gruppo rientra a San Rafael,
festosamente accolto da amici andinisti con una serie
di feste e di pranzi, che mette in serio pericolo la
loro incolumità.
Sottrattisi a fatica a questo susseguirsi di pranzi
pantagruelici e di lieti festeggiamenti i tre Italiani
ritornano a Mendoza, indi si recano a Barreal in compagnia
del comandante della gendarmeria Juan Antonio Burgos
de Santa Cruz, ospiti dell'amico e connazionale Bruno
Ponsò. Con molte difficoltà, grazie all'aiuto
del comandante Burgos, riescono a riunire gli animali
necessari per raggiungere la grande parete sud del Mercedario.
Mentre sono a Barreal, giunge una notizia che raffredda
molto i loro entusiasmi: una spedizione giapponese,
dopo un mese di sforzi ha da pochi giorni scalato l'inviolata
parete sud.
Agli Italiani si uniscono l'alpinista austriaco Hannes
Neuwirth ed il parroco di Barreal don Carlos De Caro.
Tutta la spedizione, accompagnata dal comandante Burgos
e dal maresciallo Raul Joffre, si trasferisce ad Hornillas.
Il 29 febbraio iniziano la marcia di avvicinamento.
Con una lunga e difficile cavalcata, per terreno impervio
e pericolosi guadi di impetuosi torrenti, risalgono
la valle del Rio Colorado e pongono il Campo-base alla
sorgente del fiume a quota 3500. Il giorno successivo
pongono il Campo I a quota 4300, sul ghiacciaio, alla
base della parete che si innalza con uno scivolo di
ghiaccio continuo sino a 6000 metri. Appena giunti,
si scatena una bufera di neve e vento, che per tré
giorni li costringe nelle tende. Il giorno 4 di marzo,
mentre Uggeri, indisposto, resta al Campo I, gli altri
quattro salgono a porre il Campo II a quota 5000 e ridiscendono.
Il pomeriggio successivo con tempo
incerto risalgono al Campo II con il materiale per la
scalata, e quivi pernottano con vento gelido tortissimo.
Il mattino, con un'impegnativa salita di ghiaccio, raggiungono
quota 5500 e pongono il Campo III sopra un seracco.
La notte è freddissima ed il termometro segna
—8° nell'interno del sacco da bivacco. Il vento
aumenta sempre di violenza.
Con vento a raffiche, valutabile sui
70-80 chilometri orari, riprendono, il mattino del 7,
a gradinare per il lungo scivolo di ghiaccio che porta
alla bastionata rocciosa sotto la vetta, ove praticamente
hanno termine le difficoltà tecniche. Sotto di
loro, si inabissa lo scivolo di ghiaccio ininterrotto
per quasi 2000 metri. Alle undici hanno raggiunto quota
6000 e superata tutta la parte difficile della parete.
Ma il vento si fa sempre più forte ed il freddo
intollerabile. La parete non offre alcun punto di riparo.
Hannes si accorge di aver i piedi insensibili per congelamento.
Padre De Caro è pure fortemente provato. Colli
e Pedenovi si sentono ancora forti e desidererebbero
proseguire; ma si deve rinunciare. Bisogna scendere.
Iniziano una cauta discesa che, con molta fatica, ma
senza incidenti, li porta ai piedi della parete. Qui
anche Pedenovi si accorge di un iniziale congelamento
dei piedi di cui, nella tensione e nell'entusiasmo dell'azione,
non si era reso conto.
Tutti scendono il giorno successivo al Campo-base, indi
con un'estenuante cavalcata di quindici ore per terreno
accidentatissimo, guadando i torrenti in piena, rientrano
ad Hornillas e poi a Mendoza (Bibl. 65).
Nel febbraio del 1968 Manuel Bazan e Giuseppe Degli
Esposti effettuano una ascensione al Ceno Cortaderas
(5220 m) per una via insolita, già percorsa una
sola volta in precedenza.
Degli Esposti racconta sinteticamente:
«Da Santiago in auto fino al rifugio Lo Valdès
(2000 m) e dì lì a dorso di mulo per il
"Cajon del Morado" (Estero del Morado) fino
ad una forcella sul versante orientale del "Cajon",
alta circa 4300 metri. Di lì si prosegue a piedi
e, dopo una breve discesa, si installa il campo a 415
O metri.
Il giorno successivo (8 febbraio) si parte alle 7,30
e si sale per un ghiacciaio molto crepacciato fino ad
una insellatura che divide il Cervo Cortaderas (5220
m) dalla Punta Italia (4978 metri, Cerro Campione d'Italia);
da quel punto si prosegue verso sinistra e poi si sale
per rocce facili ma completamente marce per giungere
in vetta alle ore 15 circa.
Dopo mezz'ora si inizia la discesa con neve fradicia
a causa del grande calore diurno; sul ghiacciaio, più
in basso, si perde molto tempo per aggirare i crepacci
dato che numerosi ponti di neve sono caduti. Alle ore
23,30 si giunge finalmente al campo; in previsione di
un ritorno notturno si era scelto il periodo di luna
piena per effettuare la scalata.
La nostra è stata la prima "ripetizione"
per quella via; i nostri predecessori avevano impiegato
due giorni e mezzo per concretare lo stesso itinerario»
(Bibl. 66 ).
Una spedizione italo-argentina vien realizzata fra il
1° ed il 7 marzo 1968 nelle Ande Cileno-Argentine
Centrali: fanno parte del gruppo Filippo Frasson, Hermann
Joss, Checo Dal Ri ed Helga Brimmer.
Viene tentato il N'evado Juncal (6110 m) per il suo
versante sud est, per una via non dissimile da quella
seguita da Reicherf nel 1910, terminata con un insuccesso.
(1)
Nel nome deformato di Peuenche, contenuto nella relazione,
si è creduto di ravvisare quello di Puelche,
nome del popolo dell'America australe, composto da raccoglitori
e cacciatori di guanaco. I Puelche sono conosciuti anche
come Pampeani.
Potrebbe essere anche il nome dei Tehuelche, nome dato
dagli Araucani agli abitanti della Patagonia: Tehuelche
è ugualmente la lingua che era parlata dai Patagoni,
appartenenti al gruppo pampide. Pampeani e pampidi,
sono espressioni derivate da pampa, pianura sconfinata
(nota di M.F.).
America meridionale - ANDE CILENO-ARGENTINE
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