CLUB ALPINO ITALIANO SEZ. DI TORTONA
"GABRIELE BOCCALATTE"

VIA TRENTO,31 C/o Palestra F.Coppi - 15057 TORTONA - (AL)      Tel. O131820778
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APERTURA: GIOVEDI'   21,00 - 23,00

 



 

 


IMPRESSIONI AFRICANE: DI FREDDO SI MUORE
di ROBERTO BELLOTTI

Nello stesso mese di agosto 1967, un piccolo gruppo di alpinisti di Acqui Terme, per celebrare il decennale della locale Sezione del Club Alpino, e per dimostrare la sua vitalità dopo l'alluvione che danneggiò la sede, circa un anno addietro, decide di compiere l'ascensione al Kilimangiaro.
Sette persone, capitanate da Giovanni Zunino, l'infaticabile animatore della Sezione di Acqui Terme, si trovano costantemente a contatto con i colleghi del C.A.I.-UGET di Torino.
I sette alpinisti di Acqui, hanno raggiunto la Punta Gillman: Aulo Avanzinelli, Dino Ciuffi, Antonio Manetti, Fortunato Massucco ed Aurelio Repetto, Roberto Belletti e Giovanni Zunino.
La lunga marcia alpinistica iniziò con un'atmosfera allegra e di attesa curiosa e ansiosa: il paesaggio montano, così diverso dai nostri paesaggi alpini, il battesimo degli oltre 4000 metri, il contatto con i portatori africani, tutte novità assolute per la grande maggioranza di noi, ci ponevano in uno stato d'animo di lieta eccitazione.
Per un lungo tratto, la strada sale per una regione intensamente coltivata a bananeti e a caffè, attraverso fattorie private e di missioni cristiane; suggestivi centri, questi ultimi, di civiltà e di pietà, con la loro piccola chiesa, le scuole, gli ospedali, le piccole fabbriche artigianali e la moltitudine di bambini, ben vestiti e puliti; qui la dignità umana ritrova se stessa, è riconosciuta e aiutata.
Lungo il percorso bambini graziosissimi e ragazze ci salutavano festosamente e correvano incontro ai portatori. Ogni tanto un portatore spariva e tutta la carovana si fermava. Ad ogni spaccio una lunga fermata. Le capanne dei negri, che occhieggiavano grigie fra il verde dei banani e tra i fiori esuberanti, rappresentavano un irresistibile invito per i portatori, che vi si eclissavano.
Si seppe poi che, giunti in prossimità delle loro capanne, i portatori depositavano alle famiglie i viveri che dovevano servire loro per le giornate della spedizione, trattenendo per sé solo della polenta. Ciò ci commosse e aumentò maggiormente la nostra simpatia per questa gente poverissima, lacera, affamata, per la quale il guadagno di quei quattro giorni di dura fatica rappresentava un'enorme ricchezza. Venivano su con il carico sul capo e con il loro passo elastico, veloce, la loro carica di allegria e di vitalità, ubbidientissimi ai loro capi.
Divennero presto i nostri amici, ma la tragica realtà della loro fame e il loro freddo opprimevano le nostre coscienze e ci stringevano il cuore: oscuramente e ingiustamente ci sentivamo quasi colpevoli di questo loro stato. Dividemmo così con loro, con gioia, le nostre razioni che ci venivano distribuite dalla signora Mellano.
Una violenta tormenta ci fermò al secondo rifugio, a 3700 metri, e lì avvenne la tragedia: un portatore fu trovato a terra agonizzante. Angosciati, discutemmo a lungo nella notte di questo avvenimento.
Perché era morto? Perché volle andare avanti nonostante la tormenta? Possibile che sia morto di schianto, senza nulla avvertire prima? È stato un raro caso di morte improvvisa, oppure un insondabile mistero, dello spirito rassegnato di questi popoli? Pur sentendosi morire, questo giovane accettò il suo fato in silenzio, fino alla morte? Questi pensieri accompagnarono dolorosamente le nostre giornate e velarono di tristezza anche i ricordi delle giornate già trascorse.
Fummo generosi di maglie, di vesti, di calzettoni, di giacche a vento. Non potevamo più pensare che questi nostri compagni potessero davvero morire di freddo e di fame.
Ma ahimè! I molto poveri, come i molto ricchi, sono scomodi. Dapprima sbalorditi, ma poi convinti della nostra cordialità e generosità, li avevamo sempre intorno chiedere: credo che ci avrebbero anche chiesto la pelle. Ma dovevamo trattenerci: per non sciupare con gesti di impazienza lo schietto senso di fratellanza che si era creato (Bibl. 28).


AL KIBO DA OCCIDENTEdi BRUNO BARABINO
Nell'estate 1967, la Sezione di Tortona del C.A.I. realizza la sua «Seconda Spedizione alpinistico-scientifica tortonese-East Africa 1967 ».
La spedizione, realizzata in stretta collaborazione col Kilimanjaro Mountain Club con sede in Moshi (Tanzanìa) è composta da Bruno Barabino, (medico chirurgo), Carlo Andreis (fisico), Mauro Caligaris, Maria Antonia Sironi (geoioga) e Giovanni Balletto, residente ad Himo, sulle pendici meridionali del Kilimangiaro.
Gli alpinisti tortonesi hanno buone probabilità di percorrere una delle ultimissime «vie nuove» possibili, da ovest, per raggiungere la sommità della montagna.
Il Kilimanjaro Mountain Club, aveva in precedenza predisposto portatori, trasporti, viveri, in modo da consentire una grande agilità e rapidità al gruppo di alpinisti giunti dall'Europa. Questi avevano portato solo il materiale alpinistico e parte delle tende. Nel mese di febbraio, Balletto aveva comunicato agli amici tortonesi che era riuscito, con l'aiuto di trenta portatori, a trasportare ed insediare a 4000 metri, un bivacco fisso in alluminio, in una località sovrastante il Grande Barranco Ovest. Toccherà agli alpinisti italiani la ventura di inaugurare, il 16 agosto, la «Barranco Hut», durante l'imperversare di una violenta bufera, con un'essenziale e semplice cerimonia culminata con la degustazione di un sorso di preziosissimo cognac.
10 agosto 1967 - Trasferimento da Mombasa a Himo dove, alla sua «villa Porini», Balletto aveva già convocato i portatori. Soggiorno al Kibo Hotel di Marangu.
11 agosto - Trasferimento in Land Rover alla Missione cattolica americana di Umbwe e salita al Campo I a circa 2300 metri. Pioggia.
12 agosto - Attraversamento della foresta sino al Campo delle Eriche; Campo II, 3300 metri. Pioggia.
13 agosto - Dal Campo II, per cresta, alla zona dei Seneci e delle Lobelie; arrivo (sempre sotto la
pioggia ) al bivacco fisso Barranco Hut che viene inaugurato. Campo III, 4000 metri circa.
14 agosto - Dalla Barranco Hut al Campo IV, 4400 metri circa, alla base delle pareti sud ovest.
Ammutinamento dei portatori che minacciano denunce.
Il tempo migliora: solo nebbia. Alla sera magnifico tramonto sul Meru.
15 agosto - Si sale in parete sino a 5050 metri dove su di un piccolissimo spiazzo vengono sistemate due tendine da bivacco. Tempo incerto.
16 agosto - Finalmente bei tempo. È ancora buio quando si inizia la salita finale. Alle ore tredici sbuchiamo sul cratere. Alle quindici si riparte. Una cordata scende sino al Campo IV; una trascorre la notte al bivacco.
17-18 agosto - Discesa al Campo delle Eriche ed alla Missione.
L'attraversamento della foresta, che è durato due giorni, è stato possibile solo per merito del K.M.C. che aveva studiato un ardito percorso in cresta, sulla destra idrografica dell'immensa e selvaggia valle in cui scorre il fiume Umbwe che ha origine dal grande Barranco.
La via seguita sulle pareti occidentali del Kibo, per direttissima ed in condizioni prettamente invernali, si svolge per la maggior parte su ghiaccio e sopra una cresta di rocce non difficili ma esposte, e sbocca sull'orlo del cratere in corrispondenza della «Western Notch» e relativamente a poca distanza dal cono dell'Ash Pit.
Le condizioni atmosferiche, decisamente avverse, hanno causato notevoli difficoltà nell'individuare il percorso fino alla base della parete, difficoltà che sono state superate solo per la grande esperienza di Balletto che, con la sua autorità e la sua abilità è riuscito anche a contenere l'irrequietezza ed il malcontento dei portatori convincendoli a trasportare il materiale sino a 4400 metri, ove fu posto il Campo IV.
Difficoltà sono state incontrate anche nella parte alta della parete, per il forte innevamento.
La parete pare sia stata salita parecchi anni or sono da alpinisti inglesi provenienti dallo Shira e quattro anni or sono è stata salita dal nostro Balletto per un itinerario assai prossimo al nostro, con la montagna in condizioni estive. Balletto, in quell'occasione, bivaccò nel cratere.
Come prevedeva il programma, la nostra geoioga ha raggiunto il cono eruttivo centrale, l'Ash Pit (5880 metri), ed ha potuto ampiamente documentarsi, dato il miglioramento del tempo. (È quasi certamente la prima donna a raggiungere quel luogo, così importante per gli studiosi).
L'ascensione ha richiesto otto giorni di tempo e la sistemazione di cinque campi. Materiale e viveri (anche l'acqua dopo i 4000 m) sono stati trasportati con l'aiuto di quindici portatori Chagga. Il loro capo, la guida indigena Mashauri, veramente abile e prezioso, è salito usando la corda per la prima volta, sino al cratere. Gli alpinisti erano divisi in due cordate; Andreis-Sironi-Barabino e Balletto-Caligaris-Mashauri.
Durante la discesa, avvenuta per lo stesso itinerario di salita, a 5400 metri circa, Barabino (ultimo di cordata) cade e si frattura alcune cestole riportando serie contusioni al capo. Con l'aiuto dei compagno riesce a scendere la parete e raggiungere, nella notte, il Campo IV. Sarà raggiunto all'indomani da Balletto (che aveva bivaccato in parete con i compagni) che gli prodigherà le prime cure
(Bibl. 29).

Nel mese di gennaio 1968, due alpinisti trentini hanno avuto il loro battesimo dei «5000 metri» ed oltre, sul Kilimangiaro. Si tratta di Giuliano Conci ed Enrico Borlanda (da Fiera di Primiero), che hanno compiuto l'ascensione al Kibo lungo il tradizionale itinerario che sale da Marangu.
Partiti dall'Italia subito dopo il Natale 1967, i due alpinisti trentini hanno raggiunto Mombasa e quindi si sono avvicinati al Kibo.
La notizia di cronaca, apparsa in Italia, non precisa il giorno dell'ascensione (che dal contesto potrebbe dedursi essere quella del 17 gennaio 1968) ne precisa quale punta del Kibo sia stata raggiunta.


La grande triade orientale - KILIMANGIARO

 

 

 


Kilimanjaro 1967: così aprimmo una nuova via

Il cratere interno del Kibo, con triplice serie di scarpate e terrazzi. E' chiamato Ash Pit dagfli inglesi (Foto M.A. Sironi, 1967)
VARESE -- Una nuova via sulla parete ovest del Kilimangiaro. Protagonisti, un medico italiano innamorato dell’alpinismo e dell’Africa, una giovane geologa e degli alpinisti del Cai di Tortona. Montagna.tv ha raccolto per voi l’affascinate racconto di questa esperienza, direttamente da uno dei testimoni diretti di questa vicenda: Maria Antonia Sironi.

Tona Sironi, alpinista prima che geologa e scrittrice, partecipò nel 1967 alla spedizione Barabino-Balletto che scalò per la prima volta il versante ovest del Kilimangiaro. Presidente di Eco-Himal Italia, da oltre vent’anni si dedica alla salvaguardia dell'ambiente e della cultura delle popolazioni montane, in particolare himalayane.

Il Kilimangiaro, 205 miglia a sud dell'equatore tra la Tanzania e il Kenya, con i suoi con i suoi 5.895 m. è la montagna più alta dell’Africa e uno dei vulcani più alti del mondo.

Maria Antonia Sironi, cosa ricorda di questa esperienza?
Era il 1967. Partii con Bruno Barabino, alpinista e medico che allora era presidente del CAI di Tortona, Mauro Calligaris di Torino e altri 2 compagni di spedizione. Abbiamo viaggiato aggregandoci a una qualche spedizione di Milano, poi il nostro gruppettino si è staccato per raggiungere Giovanni Balletto, che ci aveva organizzato la salita dal versante ovest del Kilimangiaro.

Chi era Giovanni Balletto?
Per noi era “Giuàn”, ma è un personaggio fantastico, che andrebbe riscoperto. Fu prigioniero degli inglesi in Africa durante la seconda guerra mondiale. Un giorno, insieme a Felice Lenuzzi, riuscì a scappare dal campo di concentramento attraverso un buco nel reticolato. Ma invece che rientrare a casa, scalarono il monte Kenya per riuscire, tra mille difficoltà, a piantare la bandiera italiana sulla punta Lenana. E poi sono rientrati in carcere tra lo sconcerto di tutti…

Un’avventura che i giornali del tempo definirono "ammirevole follia" e "la più fantastica storia di fuga di tutta la guerra".
Sì. Su quest’avventura Belletto ha anche scritto un libro: “La fuga sul Kenya”. Dopo la liberazione dalla prigionia, Balletto è rimasto in Africa a fare il medico e ha costruito un ambulatorio alla base del Kilimangiaro. Si era innamorato di questa zona e ha finito la sua esistenza lì, dove faceva il missionario laico.

E quale percorso ha studiato per voi questo personaggio?
La via di Umbwe. Siamo saliti sul Kilimangiaro da ovest, la via del Barranco, con una traversata della foresta davvero spettacolare: l’avvicinamento era fatto dai neri con il macete, la strada non c’era.

Com’è stato viaggiare nella foresta?
La mattina intorno alla tenda trovavamo tracce del passaggio di leopardi. E poi lì piove tutti i pomeriggi. Il microclima è tale che genera molta umidità, per cui la mattina è bel tempo e poco dopo diluvia. Però, man mano che oltrepassi la zona e ti alzi arrivi sopra le nuvole. E’ bellissimo.

La scalata com’è stata?
Non particolarmente difficile. Credo che i passaggi massimi fossero di quarto grado, ma fu un arrampicata eccezionale su roccia lavica, visto che ci trovavamo sulla parete di un vulcano.

E la vetta?
Siamo arrivati sul bordo del cratere Kibo, il più alto dei tre che compongono il Kilimanjaro e che ha un cono centrale che si alza al suo interno. Come fosse l’anima della montagna. Noi siamo arrivati proprio su quella cima lì. Fuori c’era la neve, dentro dei gradoni che ricordano i gironi danteschi.

Oggi la via è ancora in uso?
Sinceramente non lo so. Non è una via difficile ed è molto spettacolare, ma rispetto alle altre è più impegnativa e allora l’avvicinamento era veramente troppo selvaggio per essere proposto ai turisti. Ricordo però che Balletto, con la nostra spedizione, aveva inaugurato un bivacco, un gabbiotto di lamiera poco sotto i quattromila metri di quota.

Ricorda un aneddoto particolare?
Sì, un episodio che la dice lunga su Balletto e sul percorso che ha scelto per noi. Mi ricordo che abbiamo fatto un primo pezzo con la jeep, e poi mi sono ritrovata piantata in mezzo alla foresta con tutto il materiale. Ho chiesto: “E se viene il leopardo?” Mi rispose: “Sono decisioni che si prendono al momento!”

Quanti giorni di spedizione furono?
Poco più di una settimana. Facemmo un bivacco nella foresta, uno al bivacco inaugurato da Belletto, uno aereo in parete (forse a 4.200-500 metri) e salimmo in vetta.

Che ricordo ha di quest’esperienza?
Meraviglioso. Dopo la spedizione, Balletto mi chiese di scriverne un ricordo da inserire nel volume “Sui ghiacciai dell’Africa” di Mario Fantin.

Clicca qui per scaricare il racconto originale di Maria Antonia Sironi [1] pubblicato nel volume “Sui ghiacciai dell’Africa” di Mario Fantin (Cappelli Editore, Bologna, 1968).

Sara Sottocornola

 

 

 

Il cratere interno del Kibo, con triplice serie di scarpate e terrazzi. E' chiamato Ash Pit dagli inglesi (Foto M.A. Sironi, 1967)



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