|
IMPRESSIONI AFRICANE:
DI FREDDO SI MUORE
di ROBERTO BELLOTTI
Nello stesso mese di agosto 1967, un piccolo gruppo
di alpinisti di Acqui Terme, per celebrare il decennale
della locale Sezione del Club Alpino, e per dimostrare
la sua vitalità dopo l'alluvione che danneggiò
la sede, circa un anno addietro, decide di compiere
l'ascensione al Kilimangiaro.
Sette persone, capitanate da Giovanni Zunino, l'infaticabile
animatore della Sezione di Acqui Terme, si trovano costantemente
a contatto con i colleghi del C.A.I.-UGET di Torino.
I sette alpinisti di Acqui, hanno raggiunto la Punta
Gillman: Aulo Avanzinelli, Dino Ciuffi, Antonio Manetti,
Fortunato Massucco ed Aurelio Repetto, Roberto Belletti
e Giovanni Zunino.
La lunga marcia alpinistica iniziò con un'atmosfera
allegra e di attesa curiosa e ansiosa: il paesaggio
montano, così diverso dai nostri paesaggi alpini,
il battesimo degli oltre 4000 metri, il contatto con
i portatori africani, tutte novità assolute per
la grande maggioranza di noi, ci ponevano in uno stato
d'animo di lieta eccitazione.
Per un lungo tratto, la strada sale per una regione
intensamente coltivata a bananeti e a caffè,
attraverso fattorie private e di missioni cristiane;
suggestivi centri, questi ultimi, di civiltà
e di pietà, con la loro piccola chiesa, le scuole,
gli ospedali, le piccole fabbriche artigianali e la
moltitudine di bambini, ben vestiti e puliti; qui la
dignità umana ritrova se stessa, è riconosciuta
e aiutata.
Lungo il percorso bambini graziosissimi e ragazze ci
salutavano festosamente e correvano incontro ai portatori.
Ogni tanto un portatore spariva e tutta la carovana
si fermava. Ad ogni spaccio una lunga fermata. Le capanne
dei negri, che occhieggiavano grigie fra il verde dei
banani e tra i fiori esuberanti, rappresentavano un
irresistibile invito per i portatori, che vi si eclissavano.
Si seppe poi che, giunti in prossimità delle
loro capanne, i portatori depositavano alle famiglie
i viveri che dovevano servire loro per le giornate della
spedizione, trattenendo per sé solo della polenta.
Ciò ci commosse e aumentò maggiormente
la nostra simpatia per questa gente poverissima, lacera,
affamata, per la quale il guadagno di quei quattro giorni
di dura fatica rappresentava un'enorme ricchezza. Venivano
su con il carico sul capo e con il loro passo elastico,
veloce, la loro carica di allegria e di vitalità,
ubbidientissimi ai loro capi.
Divennero presto i nostri amici, ma la tragica realtà
della loro fame e il loro freddo opprimevano le nostre
coscienze e ci stringevano il cuore: oscuramente e ingiustamente
ci sentivamo quasi colpevoli di questo loro stato. Dividemmo
così con loro, con gioia, le nostre razioni che
ci venivano distribuite dalla signora Mellano.
Una violenta tormenta ci fermò al secondo rifugio,
a 3700 metri, e lì avvenne la tragedia: un portatore
fu trovato a terra agonizzante. Angosciati, discutemmo
a lungo nella notte di questo avvenimento.
Perché era morto? Perché volle andare
avanti nonostante la tormenta? Possibile che sia morto
di schianto, senza nulla avvertire prima? È stato
un raro caso di morte improvvisa, oppure un insondabile
mistero, dello spirito rassegnato di questi popoli?
Pur sentendosi morire, questo giovane accettò
il suo fato in silenzio, fino alla morte? Questi pensieri
accompagnarono dolorosamente le nostre giornate e velarono
di tristezza anche i ricordi delle giornate già
trascorse.
Fummo generosi di maglie, di vesti, di calzettoni, di
giacche a vento. Non potevamo più pensare che
questi nostri compagni potessero davvero morire di freddo
e di fame.
Ma ahimè! I molto poveri, come i molto ricchi,
sono scomodi. Dapprima sbalorditi, ma poi convinti della
nostra cordialità e generosità, li avevamo
sempre intorno chiedere: credo che ci avrebbero anche
chiesto la pelle. Ma dovevamo trattenerci: per non sciupare
con gesti di impazienza lo schietto senso di fratellanza
che si era creato (Bibl. 28).
AL KIBO DA OCCIDENTEdi
BRUNO BARABINO
Nell'estate 1967, la Sezione di Tortona del C.A.I. realizza
la sua «Seconda Spedizione alpinistico-scientifica
tortonese-East Africa 1967 ».
La spedizione, realizzata in stretta collaborazione
col Kilimanjaro Mountain Club con sede in Moshi (Tanzanìa)
è composta da Bruno Barabino, (medico chirurgo),
Carlo Andreis (fisico), Mauro Caligaris, Maria Antonia
Sironi (geoioga) e Giovanni Balletto, residente ad Himo,
sulle pendici meridionali del Kilimangiaro.
Gli alpinisti tortonesi hanno buone probabilità
di percorrere una delle ultimissime «vie nuove»
possibili, da ovest, per raggiungere la sommità
della montagna.
Il Kilimanjaro Mountain Club, aveva in precedenza predisposto
portatori, trasporti, viveri, in modo da consentire
una grande agilità e rapidità al gruppo
di alpinisti giunti dall'Europa. Questi avevano portato
solo il materiale alpinistico e parte delle tende. Nel
mese di febbraio, Balletto aveva comunicato agli amici
tortonesi che era riuscito, con l'aiuto di trenta portatori,
a trasportare ed insediare a 4000 metri, un bivacco
fisso in alluminio, in una località sovrastante
il Grande Barranco Ovest. Toccherà agli alpinisti
italiani la ventura di inaugurare, il 16 agosto, la
«Barranco Hut», durante l'imperversare di
una violenta bufera, con un'essenziale e semplice cerimonia
culminata con la degustazione di un sorso di preziosissimo
cognac.
10 agosto 1967 - Trasferimento da Mombasa a Himo dove,
alla sua «villa Porini», Balletto aveva
già convocato i portatori. Soggiorno al Kibo
Hotel di Marangu.
11 agosto - Trasferimento in Land Rover alla Missione
cattolica americana di Umbwe e salita al Campo I a circa
2300 metri. Pioggia.
12 agosto - Attraversamento della foresta sino al Campo
delle Eriche; Campo II, 3300 metri. Pioggia.
13 agosto - Dal Campo II, per cresta, alla zona dei
Seneci e delle Lobelie; arrivo (sempre sotto la
pioggia ) al bivacco fisso Barranco Hut che viene inaugurato.
Campo III, 4000 metri circa.
14 agosto - Dalla Barranco Hut al Campo IV, 4400 metri
circa, alla base delle pareti sud ovest.
Ammutinamento dei portatori che minacciano denunce.
Il tempo migliora: solo nebbia. Alla sera magnifico
tramonto sul Meru.
15 agosto - Si sale in parete sino a 5050 metri dove
su di un piccolissimo spiazzo vengono sistemate due
tendine da bivacco. Tempo incerto.
16 agosto - Finalmente bei tempo. È ancora buio
quando si inizia la salita finale. Alle ore tredici
sbuchiamo sul cratere. Alle quindici si riparte. Una
cordata scende sino al Campo IV; una trascorre la notte
al bivacco.
17-18 agosto - Discesa al Campo delle Eriche ed alla
Missione.
L'attraversamento della foresta, che è durato
due giorni, è stato possibile solo per merito
del K.M.C. che aveva studiato un ardito percorso in
cresta, sulla destra idrografica dell'immensa e selvaggia
valle in cui scorre il fiume Umbwe che ha origine dal
grande Barranco.
La via seguita sulle pareti occidentali del Kibo, per
direttissima ed in condizioni prettamente invernali,
si svolge per la maggior parte su ghiaccio e sopra una
cresta di rocce non difficili ma esposte, e sbocca sull'orlo
del cratere in corrispondenza della «Western Notch»
e relativamente a poca distanza dal cono dell'Ash Pit.
Le condizioni atmosferiche, decisamente avverse, hanno
causato notevoli difficoltà nell'individuare
il percorso fino alla base della parete, difficoltà
che sono state superate solo per la grande esperienza
di Balletto che, con la sua autorità e la sua
abilità è riuscito anche a contenere l'irrequietezza
ed il malcontento dei portatori convincendoli a trasportare
il materiale sino a 4400 metri, ove fu posto il Campo
IV.
Difficoltà sono state incontrate anche nella
parte alta della parete, per il forte innevamento.
La parete pare sia stata salita parecchi anni or sono
da alpinisti inglesi provenienti dallo Shira e quattro
anni or sono è stata salita dal nostro Balletto
per un itinerario assai prossimo al nostro, con la montagna
in condizioni estive. Balletto, in quell'occasione,
bivaccò nel cratere.
Come prevedeva il programma, la nostra geoioga ha raggiunto
il cono eruttivo centrale, l'Ash Pit (5880 metri), ed
ha potuto ampiamente documentarsi, dato il miglioramento
del tempo. (È quasi certamente la prima donna
a raggiungere quel luogo, così importante per
gli studiosi).
L'ascensione ha richiesto otto giorni di tempo e la
sistemazione di cinque campi. Materiale e viveri (anche
l'acqua dopo i 4000 m) sono stati trasportati con l'aiuto
di quindici portatori Chagga. Il loro capo, la guida
indigena Mashauri, veramente abile e prezioso, è
salito usando la corda per la prima volta, sino al cratere.
Gli alpinisti erano divisi in due cordate; Andreis-Sironi-Barabino
e Balletto-Caligaris-Mashauri.
Durante la discesa, avvenuta per lo stesso itinerario
di salita, a 5400 metri circa, Barabino (ultimo di cordata)
cade e si frattura alcune cestole riportando serie contusioni
al capo. Con l'aiuto dei compagno riesce a scendere
la parete e raggiungere, nella notte, il Campo IV. Sarà
raggiunto all'indomani da Balletto (che aveva bivaccato
in parete con i compagni) che gli prodigherà
le prime cure (Bibl.
29).
Nel mese di gennaio 1968, due alpinisti trentini hanno
avuto il loro battesimo dei «5000 metri»
ed oltre, sul Kilimangiaro. Si tratta di Giuliano Conci
ed Enrico Borlanda (da Fiera di Primiero), che hanno
compiuto l'ascensione al Kibo lungo il tradizionale
itinerario che sale da Marangu.
Partiti dall'Italia subito dopo il Natale 1967, i due
alpinisti trentini hanno raggiunto Mombasa e quindi
si sono avvicinati al Kibo.
La notizia di cronaca, apparsa in Italia, non precisa
il giorno dell'ascensione (che dal contesto potrebbe
dedursi essere quella del 17 gennaio 1968) ne precisa
quale punta del Kibo sia stata raggiunta.
La grande triade orientale - KILIMANGIARO
Kilimanjaro
1967: così aprimmo una nuova via
Il cratere interno del Kibo, con triplice serie di scarpate
e terrazzi. E' chiamato Ash Pit dagfli inglesi (Foto
M.A. Sironi, 1967)
VARESE -- Una nuova via sulla parete ovest del Kilimangiaro.
Protagonisti, un medico italiano innamorato dell’alpinismo
e dell’Africa, una giovane geologa e degli alpinisti
del Cai di Tortona. Montagna.tv ha raccolto per voi
l’affascinate racconto di questa esperienza, direttamente
da uno dei testimoni diretti di questa vicenda: Maria
Antonia Sironi.
Tona Sironi, alpinista prima che geologa
e scrittrice, partecipò nel 1967 alla spedizione
Barabino-Balletto che scalò per la prima volta
il versante ovest del Kilimangiaro. Presidente di Eco-Himal
Italia, da oltre vent’anni si dedica alla salvaguardia
dell'ambiente e della cultura delle popolazioni montane,
in particolare himalayane.
Il Kilimangiaro, 205 miglia a sud dell'equatore tra
la Tanzania e il Kenya, con i suoi con i suoi 5.895
m. è la montagna più alta dell’Africa
e uno dei vulcani più alti del mondo.
Maria Antonia Sironi, cosa ricorda
di questa esperienza?
Era il 1967. Partii con Bruno Barabino, alpinista e
medico che allora era presidente del CAI di Tortona,
Mauro Calligaris di Torino e altri 2 compagni di spedizione.
Abbiamo viaggiato aggregandoci a una qualche spedizione
di Milano, poi il nostro gruppettino si è staccato
per raggiungere Giovanni Balletto, che ci aveva organizzato
la salita dal versante ovest del Kilimangiaro.
Chi era Giovanni Balletto?
Per noi era “Giuàn”, ma è un personaggio
fantastico, che andrebbe riscoperto. Fu prigioniero
degli inglesi in Africa durante la seconda guerra mondiale.
Un giorno, insieme a Felice Lenuzzi, riuscì a
scappare dal campo di concentramento attraverso un buco
nel reticolato. Ma invece che rientrare a casa, scalarono
il monte Kenya per riuscire, tra mille difficoltà,
a piantare la bandiera italiana sulla punta Lenana.
E poi sono rientrati in carcere tra lo sconcerto di
tutti…
Un’avventura che i giornali del tempo definirono "ammirevole
follia" e "la più fantastica storia
di fuga di tutta la guerra".
Sì. Su quest’avventura Belletto ha anche scritto
un libro: “La fuga sul Kenya”. Dopo la liberazione dalla
prigionia, Balletto è rimasto in Africa a fare
il medico e ha costruito un ambulatorio alla base del
Kilimangiaro. Si era innamorato di questa zona e ha
finito la sua esistenza lì, dove faceva il missionario
laico.
E quale percorso ha studiato per voi questo personaggio?
La via di Umbwe. Siamo saliti sul Kilimangiaro da ovest,
la via del Barranco, con una traversata della foresta
davvero spettacolare: l’avvicinamento era fatto dai
neri con il macete, la strada non c’era.
Com’è stato viaggiare nella
foresta?
La mattina intorno alla tenda trovavamo tracce del passaggio
di leopardi. E poi lì piove tutti i pomeriggi.
Il microclima è tale che genera molta umidità,
per cui la mattina è bel tempo e poco dopo diluvia.
Però, man mano che oltrepassi la zona e ti alzi
arrivi sopra le nuvole. E’ bellissimo.
La scalata com’è stata?
Non particolarmente difficile. Credo che i passaggi
massimi fossero di quarto grado, ma fu un arrampicata
eccezionale su roccia lavica, visto che ci trovavamo
sulla parete di un vulcano.
E la vetta?
Siamo arrivati sul bordo del cratere Kibo, il più
alto dei tre che compongono il Kilimanjaro e che ha
un cono centrale che si alza al suo interno. Come fosse
l’anima della montagna. Noi siamo arrivati proprio su
quella cima lì. Fuori c’era la neve, dentro dei
gradoni che ricordano i gironi danteschi.
Oggi la via è ancora in
uso?
Sinceramente non lo so. Non è una via difficile
ed è molto spettacolare, ma rispetto alle altre
è più impegnativa e allora l’avvicinamento
era veramente troppo selvaggio per essere proposto ai
turisti. Ricordo però che Balletto, con la nostra
spedizione, aveva inaugurato un bivacco, un gabbiotto
di lamiera poco sotto i quattromila metri di quota.
Ricorda un aneddoto particolare?
Sì, un episodio che la dice lunga su Balletto
e sul percorso che ha scelto per noi. Mi ricordo che
abbiamo fatto un primo pezzo con la jeep, e poi mi sono
ritrovata piantata in mezzo alla foresta con tutto il
materiale. Ho chiesto: “E se viene il leopardo?” Mi
rispose: “Sono decisioni che si prendono al momento!”
Quanti giorni di spedizione furono?
Poco più di una settimana. Facemmo un bivacco
nella foresta, uno al bivacco inaugurato da Belletto,
uno aereo in parete (forse a 4.200-500 metri) e salimmo
in vetta.
Che ricordo ha di quest’esperienza?
Meraviglioso. Dopo la spedizione, Balletto mi chiese
di scriverne un ricordo da inserire nel volume “Sui
ghiacciai dell’Africa” di Mario Fantin.
Clicca qui per scaricare il racconto originale di Maria
Antonia Sironi [1] pubblicato nel volume “Sui ghiacciai
dell’Africa” di Mario Fantin (Cappelli Editore, Bologna,
1968).
Sara
Sottocornola

Il cratere interno
del Kibo, con triplice serie di scarpate e terrazzi.
E' chiamato Ash Pit dagli inglesi (Foto M.A. Sironi,
1967)
|