CLUB ALPINO ITALIANO SEZ. DI TORTONA
"GABRIELE BOCCALATTE"

VIA TRENTO,31 C/o Palestra F.Coppi - 15057 TORTONA - (AL)      Tel. O131820778
CASELLA POSTALE 53  e-mail: info@caitortona.net

APERTURA: GIOVEDI'   21,00 - 23,00

 



 

 

9-8-65 Cima Parravicini (1910 m), Albani-Farassino;
9-8-65 Cima Placco (2040 m), Della Torre-Di Benedetto;
9-8-65 Cima Danimarca (2055 m), Della Torre-Di Benedetto;
9-8-65 Cima Tartaglione-Crispo (2035 m), Della Torre-Di Benedetto;
9-8-65 Cima Rasmussen (2030 m), Della Torre-Di Benedetto;
7-8-65 Cima De Capitani (1750 m), VilIa-Rusconi-Colombani.
b) Esplorazione di circa 150 chilometri quadrati di territorio.
Questa esplorazione — che è stata effettuata nella vasta zona compresa fra i bacini glaciali di Sermikavsak e di Serminguak — ha permesso di ricostruire una planimetria abbastanza precisa del territorio esplorato. Per alcune puntate esplorative e per gli spostamenti lungo la costa, veniva usato un canotto pneumatico componibile, con motore.
e) Studi e rilievi di carattere geologico e glaciologico.
Sono stati prelevati numerosi campioni di rocce, che verranno successivamente esaminati con la collaborazione dell'Istituto dell'Università di Milano.
Denominazione delle vette raggiunte.
1 ) Bianchi - a Giorgio Bianchi. Istruttore della «Parravicini», perito nel tentativo di 23 ascensione alla via Boccalatte sulla parete nord del Monte Gruetta (Monte Bianco) nel 1961.
2) Genny - a Eugenio Lazzarini. Istruttore della «Parravicini», perito nel tentativo di 2° ascensione alla via Boccalatte sulla parete nord del Monte Gruetta (Monte Bianco) nel 1961.
3) De Capitani - a Giuseppe De Capitani D'Atzago. Promettente ex allievo della «Parravicini», perito nel tentativo di 2" ascensione alla via Boccalatte sulla parete nord del Monte Gruetta (Monte Bianco).
4) Pluda - a Roberto Pluda. Istruttore della «Parravicini», perito nella discesa della Tour Ronde (Monte Bianco) nel 1964.
5) Calonaci - ad Alberto Calonaci. Istruttore della «Parravicini», perito nella discesa della Tour Ronde(Monte Bianco) nel 1964.
6) Merendi - a Romano Merendi. Direttore della «Parravicini», perito nel tentativo di I3 ascensione invernale alla via Welzenbach alla parete nord dellaDent d'Hérens nel 1963.
7) C.A.I.-Milano - alla Sezione di Milano del Club Alpino Italiano, della quale i componenti la spedizione so.iO soci.
8) Città di Milano - alla Città di Milano, nella quale sono nati e risiedono quasi tutti i componenti.
9) Parravicini - alla Scuola nazionale d'alta montagna «A. Parravicini» e ad Agostino Parravicini, perito nel tentativo di I' ascensione allo spigolo sud del Torrione Sud Est della Cima di Zocca (Val Màsino) nel 1935 ed al cui nome, nel 1936, venne dedicata
la Scuola.
10) Fiacco - ad Attilio Fiacco. Istruttore della «Parravicini», perito durante la salita allo spigolo della Punta Torelli (Val Màsino).
11) Rasmussen - a Knud Rasmussen: il Grande della Groenlandia.
12) Danimarca - alla Danimarca. Il Paese che ha ospitato la spedizione.
13) Tartaglione-Crispo - a Luciano Tartaglione e Luciano Crispo, istruttori della «Parravicini», periti durante una salita alla via Fehrmann sul Campanile Basso di Brenta, nel 1951.
14) Cesana - a Battista Cesana, istruttore della «Parravicini», deceduto per malattia.
15) Lago - perché della vetta di questa montagna si ha una meravigliosa visione di un caratteristico lago, lungo circa 9 chilometri (Bibl. 12).


QÌOQE, PENISOLA
DALLE ARDITE MONTAGNE

La spedizione tortonese, 1966
di BRUNO BARABINO

Partecipanti: Bruno Barabino, Silvio Borsetti, Mauro Caligaris, Kurt Diemberger, Carlo Pedenovi, Pierluigi Taverna.
5 luglio 1966 - Sono le una e trenta; sbarchiamo in una località della Penisola di Qìoqe fronteggiante l'isola di Upernìvik.
Abbiamo lasciato la baleniera del comandante Pedersen e ci troviamo su di una desolata spiaggia, in un'atmosfera squallida ed allucinante, sotto una gelida pioggia. Piuttosto demoralizzati, con fatica trasbordiamo le quattro casse contenenti quanto ci dovrà garantire la sopravvivenza per un mese. I tre Eschimesi componenti l'equipaggio della baleniera che ci ha trasportato da Umanak, ci salutano con gesti e
sorrisini significativi.
Pedersen, che costituisce l'unico legame con il mondo, ci stringe affettuosamente la
mano e ci assicura che farà il possibile per venire a trovarci.
Il ritmato pulsare del motore della rossa baleniera
si farà sentire sempre più affievolito, per circa due ore; sino a quando la barca uscirà dal fiordo, in pieno mare.
Alacremcnte lavoriamo per attrezzare il Campobase sopra un pianoro roccioso alquanto elevato sul livello del mare, tenendo conto delle grandi variazioni della marca.
Constateremo poi, che già antichi indigeni, per le stesse ragioni, avevano usato il luogo per installarvi un campo-base definitivo; infatti, parecchi cacciatori di foche e di orsi bianchi dormivano il loro sonno eterno «sotto» le nostre tende .
Con notevole rapidità montiamo la tenda-convegno e le tende «Pamir» ed alle sei del mattino inauguriamo il nostro piccolo villaggio issando i nostri vessilli. Ognuno prende possesso dei suoi alloggiamenti e si infila nei sacchi-piumino.
A mezzogiorno una bella sorpresa: il tempo è mutato, splende un magnifico sole e possiamo godere il meraviglioso spettacolo delle cime vergini che ci circondano, del fiordo, degli iceberg. A nord domina, sulla Penisola di Akuliaruseq, la Snepyramide che vide la tragedia della spedizione belga e l'opera pietosa della spedizione Monzino.
Presi dall'entusiasmo, partiamo per una prima ricognizione per studiare l'accesso alle montagne, ma dopo due ore di piacevole salita siamo bloccati da un insuperabile strapiombo. Rientriamo pertanto al campo e ci dirigiamo verso un grosso corso d'acqua, che ci divide dalle morene dei grandi ghiacciai che scendono dalle vette che vorremmo salire.
Si delinea ora il problema del guado nell'acqua gelida, che trasporta in continuità ghiaccio e muta rapidamente ed inspiegabilmente di portata.
Alle venti Kurt Diemberger e Pierluigi Taverna,
(l) La scoperta interessa particolarmente Mauro Caligaris; sembra incredibile che in un importante dirigente industriale covino così esasperate tendenze necrofile... misteri dell'inconscio!
In tutti i momenti liberi il nostro amico, approfittando anche del fatto che egli era addetto al rifornimento idrico del campo, si dedicava alla ricerca ed al censimento delle numerose tombe costituenti la necropoli che ci ospitava. Dapprima la cosa, in
verità, non ci piacque per niente; ma a poco a poco l'entusiasmo persistente e cosciente di Mauro fece breccia nei nostri inconsci tabù e tutti perciò, prendemmo interesse ai resti di una razza di ignota (almeno per noi) evoluzione culturale.
Quello che credemmo di accertare fu, che le tombe dovevano essere veramente antiche.

Costituite da profonde buche naturali rocciose, erano ricoperte da enormi massi e solo attraverso brevi interstizi della roccia riuscivamo ad intravedere teschi ed ossa in parte calcificate ed in parte ricoperte da muschi e licheni.
Fu però, il comandante Pedersen a dare valore alla nostra fortuita scoperta. Infatti egli, quando venne a riprenderci, alla fine di luglio, volle esserne dettagliatamente messo al corrente e decise che avrebbe inviato sul luogo una missione scientifica.
La necropoli, infatti potrebbe contenere i resti degli Eschimesi appartenenti alla Cultura Thuie.
Ossequienti alle disposizioni vigenti in Groenlandia, non tentammo nemmeno di rimuovere qualche resto dei nostri discretissimi ospiti (B.B.), partono per porre il primo campo, possibilmente al di là delle morene.

Dopo due ore li rivediamo salire lentamente (sono oltremodo carichi) le pendici della prima morena. Solo dopo aver ammirato il sole di mezzanotte che indora le cime nevose, ci ritiriamo nelle tende: quasi subito l'armonioso russare, di qualcuno di noi, farà da contrappunto alle voci dei cormorani.
6 luglio - Dolce risveglio; il sole scalda le tende.
Pigramente ci alziamo, con molta calma facciamo i preparativi per la 'partenza e, verso mezzogiorno, ci avviarne anche noi alla montagna.
Il guado del torrente per Silvio Borsetti, Mauro Caligaris e Carlo Pedenovi è assai penoso; in particolare per Pedenovi che è costretto a trasportarmi sulle spalle, essendo febbricitante per una faringite.
Si delinea la lunghezza esasperante della marcia sulle gigantesche morene. Dopo due ore di cammino, agli ultimi licheni, incontriamo Diemberger e Taverna
che nella notte (per modo di dire) hanno raggiunto una stupenda posizione, 200 metri sopra un immenso ghiacciaio, hanno scavato una larga piazzola e su questa hanno issato due tendine: il Campo I.
Dopo un'estenuante marcia, attraverso sei morene e due ghiacciai, alle diciotto, raggiungiamo le due tende.
Cena frugalissima; fa molto freddo, ci corichiamo subito; notte inquieta per tutti; siamo raffreddati e qualcuno anche ha febbre alta.
7 luglio - Giornata stupenda: alle otto siamo pronti per la partenza. Scendiamo i 200 metri di dislivello e rapidamente raggiungiamo la morena centrale del ghiacciaio. L'enorme colata sale a gradoni verso un colle che dovrebbe affacciarsi al circo glaciale centrale della penisola.

La parte intermedia è tormentatissima e presenta caratteristiche completamente diverse dai ghiacciai alpini.
Il ghiaccio è instabile,friabile e la neve che ricopre insidiosamente i ponti, inconsistente e granulosa.
Per alcune ore continuiamo a salire lentamente, aggirando enormi crepacci e segnando il percorso con bandierine: all'una circa, siamo alle soglie del grande pianoro centrale.

Il suo aspetto è invitante ed io incito a proseguire; ma Borsetti, capocordata e tecnico esperto, ci convince sull'opportunità di iniziare il ritorno, date le particolari condizioni del viaggio e della neve che non hanno riscontro sulle Alpi e che, a suo dire, rendono oltremodo pericoloso il procedere.
Dopo una breve sosta la cordata inverte quindi il cammino in questo ordine: Pedenovi, Caligaris e Barabino, al quale è legato Borsetti che chiude la marcia, tenendo arrotolata la maggior parte della corda.

Dopo neanche un quarto d'ora, con un urlo Borsetti precipita in un profondo crepaccio, per il cedimento di un ponte di neve, che noi tutti avevamo attraversato prima di lui.
Un altro urlo, presto soffocato in un gorgoglìo ed un violentissimo strappo. Reagisco buttandomi sulla neve e trattenendo la corda con tutte le mie forze. Intervengono subito Caligaris e Pedenovi e riusciamo a trarre Silvio dalla sacca di acqua gelida, ma
non dal crepaccio.
Un nuovo tentativo, fatto con maggior calma, avrà esito positivo. Le condizioni dell'amico sono penose a causa lussazione della spalla sinistra, lussazione provocata dal violento sforzo fatto per non lasciare la corda. Tento un'immediata riduzione dell'arto, che però non mi riesce; possiamo solo spogliare l'amico, frizionarlo e rivestirlo con i pochi indumenti asciutti che possediamo. Gli immobilizzo sommariamente il braccio e dopo circa un'ora riprendiamo il cammino perché è necessario proseguire ad ogni costo.
Nell'attraversare un ennesimo ponte sprofondo anch'io in uno stretto crepaccio, ma subito aiutato dai compagni, riesco ad uscirne. Sola conseguenza una dolorosa distorsione alla caviglia destra, che tuttavia mi permette di continuare la marcia.
Finalmente raggiungiamo la morena inferiore dove avevamo costituito un piccolo deposito. Ci rifocilliamo e mettiamo Borsetti nelle migliori condizioni possibili
per proseguire il cammino verso il Campo-base. Con la velocità consentita dalle condizioni di tutti, ci avviamo lungo gli interminabili saliscendi morenici e dopo alcune ore di penosissima marcia avvistiamo Diemberger e Taverna che stanno risalendo verso il Campo I. Viene deciso che quest'ultimo scenderà con noi, per tentare assieme la riduzione dell'arto; Pedenovi, invece, si unirà a Kurt per rinnovare e proseguire l'esplorazione del ghiacciaio e trovare una località ove piazzare il Campo II, da cui tentare la conquista delle vette circostanti.
Alle ventidue e trenta, dopo il guado del torrente cosparso di ghiaccio, che sollecita impietosamente le nostre povere estremità, raggiungiamo il Campo-base.
Stendiamo Borsetti su di una coperta nella tenda-convegno e ci accingiamo a tentare la riduzione. Se non riusciamo? Se Pedersen non si facesse più vedere per un mese? Ma le nostre ansie sono presto fugate. Infiltrata con anestetici la zona articolare, la manovra chirurgica riesce felicemente.

Festeggiata la fine dell'incubo con una buona bevuta e sistemato l'infortunato nella «Pamir», ci ritiriamo nelle nostre tende e poco dopo solo gli stridii ossessionanti dei cormorani fanno da contrappunto al russare dei provati alpinisti...
8 luglio - Giornata pessima, trascorsa al Campobase: continua a piovigginare e le nubi sono bassissime. Borsetti, le cui condizioni sono migliorate, si appresta a lasciarci. A mezzanotte, con una puntualità sorprendente, come aveva promesso, arriva il comandante Pedersen. Egli ci porta un regalo graditissimo:due cassette di mele che costituivano (lo sapremo dopo) tutta la scorta di frutta del distretto di Umanak.
All'una, la rossa, amica baleniera, riparte portandoci via l'amico Silvio; il distacco è molto triste, seguiamo con lo sguardo lo scafo fino a quando non scompare fra gli iceberg. Siamo già coricati nelle nostre tende ma sentiamo ancora, nel silenzio irreale del fiordo, il ritmico rumore del motore che va sempre più affievolendosi...
9-10-11 luglio - Siamo nuovamente tutti riuniti al Campo-base. Diemberger e Pedenovi sono riusciti a piazzare il Campo II sopra uno spiazzo sovrastante la
seraccata da noi raggiunta il giorno 7. Il tempo è sempre avverso; dopo un giorno di lavoro intenso si risolve il problema del passaggio del torrente.
12 luglio - Finalmente una splendida e calda giornata. Ecco come Caligaris descrive il risveglio del campo... «mi sveglio verso le otto e trenta e do un'occhiata fuori della tenda. Il tempo si è ristabilito e splende un sole luminoso; tutto è avvolto nel più assoluto silenzio. Evidentemente Diemberger e Tavernanon sono partiti (dovevano muoversi alle sei!). Mi infilo nuovamente nel sacco-piumino in attesa che Barabino si svegli. Verso le nove Barabino smette di russare e si rivolge verso di me. Il passamontagna di lana d'angora ed il cappuccio del sacco-piumino lasciano intravvedere solo gli occhi e la bocca. — Sono partiti? — mi domanda. — No — rispondo io. Il presidente è vivamente contrariato. Si schiarisce la gola e con voce tonante, sempre imbacuccato esorta i compagni: — Avanti miei prodi! alzatevi e partite.
— Interrompe quindi il richiamo, per sentire l'effetto dell'esortazione. Dalla tenda di Kurt, alla nostra sinistra, si sente russare sonoramente. Analogo suono proviene dalla tenda di Pedenovi e Taverna posta sulla destra. Il presidente è alquanto perplesso: — lo fanno apposta? — mi chiede. — No, no, — rispondo io — i prodi fanno sul serio. — A questo punto il presidente si decide ad abbandonare il
sacco-piumino e corre a dare la sveglia. Finalmente all'alba delle dieci Diemberger e Taverna lasciano il campo».
All'una anche gli altri lasceranno il fiordo e si riuniranno così, tutti, dopo circa sei ore di marcia al Campo I.
13 luglio - Alle otto e trenta tutto il gruppo lascia il campo per salire la Vetta dei Tré Fiordi che poi chiameremo «Alessandria» (2). Il tempo è magnifico, la salita ripidissima ci fa sudare ma è tale l'entusiasmo, che non ci accorgiamo neanche della fatica. Duranteuna sosta troviamo due corna piccole di renna che debbono essere antiche; le riporteremo in Italia come ricordo della salita.
Alle due circa, gli amici mi cedono il passo e mi fanno raggiungere per primo la bellissima vetta! Mi sento molto... Duca degli Abruzzi!

Lo spettacolo è incomparabile: da quasi 2000 metri dominiamo tre fiordi, uno ci divide dalla Penisola di Akuliaruseq con la sua Snepyramide che sembra di poter toccare, gli altri due delimitano l'Isola di Upernìvik che ci separa dalla Baia di Baffin. Lo sguardo spazia oltre la Penisola Wegener verso il golfo di Umanak, verso l'indiandsis e sulle stupende vette della nostra Qìoqe.
L'acqua del mare è azzurrissima; i giganteschi iceberg che passano dinnanzi alle nostre tende del Campobase, da quell'altezza, sembrano davvero stelle nel mare.
Presi da irrefrenabile entusiasmo, fotografiamo, cinematografiamo come invasati. Solo dopo tré ore di permanenza in quell'ambiente magico, dopo aver elevato un enorme «ometto» che dovrebbe essere visibile anche agli ipotetici naviganti dei fiordi circostanti (e su cui fissiamo tutti i nostri emblemi) decidiamo di riprendere la via del ritorno.

Diemberger e Pedenovi si dirigono ancora verso la punta orientale della montagna notevolmente più bassa, mentre Caligaris, Taverna ed io divalliamo verso il campo, dove giungiamo verso le venti, piuttosto stanchi ed affamati.
Un'abbondante cena e numerosi brindisi festeggiano il successo della nostra «prima» groenlandese.
17 luglio - Campo I. Abbiamo trascorso, Caligaris ed io, un'orribile notte. Una violenta bufera di vento e di pioggia ci ha impedito di muoverci dalla tenda e tutte le ore sono trascorse nella paura che qualche masso sovrastante, precipitando, ci facesse volare sul ghiacciaio.
Dominano il tuono delle valanghe ed il rumore delle frane. Come se la passeranno i nostri amici ai campi alti?
Verso mezzogiorno il tempo migliora e ne approfittiamo per allestire il pranzo. Saliamo quindi di un centinaio di metri sopra il campo e finalmente, verso le quindici, sentiamo un richiamo: sono i nostri compagni che scendono dal Campo II.
Li avvistiamo sul ghiacciaio, a circa un'ora dal campo. Alle sedici e trenta essi stanno già assaporando lo squisito minestrone, che nel frattempo avevamo loro preparato. Apprendiamo commossi che alle due del giorno 16 è stata vinta la vetta del Picco Centrale della Qìoqe che decidiamo di dedicare alla memoria del nostro grande Gabriele Boccalatte (3). Sotto un implacabile nevischio, prendiamo gli ultimi accordi
per l'esplorazione finale. Diemberger, Taverna e Pedenovi tenteranno la traversata completa sino al mare, in dirczione nord sud; Caligaris ed io andremo in direzione nord est per cercare un valico verso il fiordo, che ci divide dalla Penisola di Akuliaruseq.
Alle ventidue i nostri amici ci lasciano per ritornare in 7-8 ore al Campo II. Li accompagniamo, Caligaris ed io, sul ghiacciaio, e ne approfittiamo per segnare con bandierine il passaggio verso le morene che dovremo raggiungere e superare domani.
18 luglio - Dopo una mattinata incerta nel tempo e nei nostri animi, alle tredici partiamo — Caligaris ed io — verso nord est alla ricerca di un valico che permetta di raggiungere il fiordo, e di completare così, la doppia traversata della Penisola.
Percorriamo con cautela il ghiacciaio crepacciatissimo e raggiungiamo la morena, seguendo il tracciato predisposto. Tenendoci a mezza costa superiamo altre morene sovrastate da enormi ghiacciai pensili.
Dopo due ore di marcia, scendiamo verso un lago che comunica per mezzo di un largo torrente con un vasto specchio d'acqua. Il lago è antistante l'enorme seraccata di destra del ghiacciaio centrale, da noi denominato ghiacciaio Tortona.
Con sorpresa, rileviamo che il laghetto riceve acqua da un immissario di notevole portata proveniente da nord est, lungo la valle che, secondo le nostre supposizioni, dovrebbe sfociare nel fiordo. Seguiamo con parecchie difficoltà il corso tortuoso del torrente stretto fra alte pareti rocciose, per circa un chilometro e mezzo e, ad un'ultima svolta, si offre la visione di uno stupendo lago di un incredibile colore verde smeraldo, dalle caratteristiche prettamente alpine, lungo almeno 5 chilometri e mezzo e largo più di un chilometro. Gli fanno da corona cime nevose, enormi
ghiacciai pensili da un lato, strapiombanti pareti rocciose
dall'altro. Il lago termina contro una bastionata rocciosa, alta circa 100 metri, che costituisce la base di una larga sella.
Proseguiamo il cammino, costeggiando il bordo settentrionale. Caligaris ricordando il consiglio del nostro geologo, guarda con attenzione i sassi e raccoglie quelli che gli sembrano particolarmente attraenti; alcuni presentano strane inclusioni, del colore del lago.
Li conserviamo; sapremo poi che si tratta di una varietà purissima di berillo.
Passeggiando fra queste meraviglie della natura, raggiungiamo la bastionata. Superato un ripido passaggio fra grandi massi, raggiungiamo quello che credevamo un facile valico; ma fatti un centinaio di metri in discesa, siamo arrestati da una parete rocciosa strapiombante sul fiordo per più di 400 metri. Non potremo certo raggiungere le gelide acque del fiordo: lo spettacolo è esaltante e ci ripaga della disillusione.
Costruiamo sul punto più evidente del colle un grande ometto sormontato dalle nostre bandierine e diamo al colle i! nome di «Alessandria» in onore della nostra
provincia e di Mauro Caligaris.
Sono le venti e trenta. Dopo esserci rifocillati, vorremmo riposare qualche ora sotto una roccia; ma il tempo incerto e freddo ci consiglia di riprendere la via del ritorno. Con la maggior velocità consentitaci dal terreno, ripetiamo il percorso, sostando solo all'estremità del lago color smeraldo per costruire, sopra un enorme masso, il rituale ometto.
Procediamo con molta più serenità, quando rivediamo — alti, sulla parete sovrastante il ghiacciaio —i due puntini colorati delle due tende del Campo I, ancora lontanissimi, che ci danno la sicurezza del rifugio.
Caligaris può prendersi la soddisfazione di fotografare gli iceberg che il lago antistante lascia all'asciutto, durante i suoi periodici svuotamenti. Nella luce spettrale della notte artica, risaliamo le morene del Ghiacciaio Tortona, che riattraversiamo tranquillamente e, ripercorsa la ripida salita, raggiungiamo le tende.
Saranno riusciti i nostri compagni a portare a termine la traversata alta? (Bibl. 13).

Ascensioni ed esplorazioni
di CARLO PEDENOVI

Salita al Picco Centrale (2165 m)
II giorno 15 luglio 1966, noi tré — Diemberger, Pedenovi e Taverna — lasciavamo il Campo I alle ore ventidue e, risalendo il Ghiacciaio Tortona, ci portavamo in sei ore di marcia al Campo II, posto ad un'altezza di 1040 metri circa, su uno sperone roccioso alla sinistra idrografica del ghiacciaio stesso.
Il ghiacciaio scende perpendicolare alla penisola, da est-sud est verso ovest-nord ovest, ed è alimentato anche da un ghiacciaio secondario che scende da un circo glaciale posto alla sua sinistra idrografica.
Il ghiacciaio scende verso valle con una velocità di circa 15 metri al giorno, provocando le rapide apertura e chiusura di crepacci, per cui il ghiacciaio stesso non si presenta mai con lo stesso aspetto, rendendo sempre problematico il percorso. Queste caratteristiche sono tipiche dei ghiacciai groenlandesi.
La congiunzione del ghiacciaio principale col braccio secondario da origine ad una morena centrale, che va ampliandosi verso il basso. Noi abbiamo portato
al Campo II l'attrezzatura ed i viveri necessari per la prossima scalata ed anche i rifornimenti per il tredici e trenta siamo al Campo II, dove finalmente possiamo rifocillarci. Alle cliciotto giungiamo al Campo I.
Traversata della Penisola Qloqe per il Colle Torlona si riparte dal Campo I la sera del 17 luglio alle ventidue circa e, ripercorrendo il ghiacciaio per la via già nota, si giunge al Campo II alle ore tre del giorno 18. La piccola tendina che ci ospita è quanto mai
confortevole, se si pensa che i carichi trasportati sono di circa trenta chili ciascuno.
Senza mangiare, ci buttiamo a dormire. Il giorno successivo, alle undici e trenta circa, ci avviamo verso il colle. La marcia di avvicinamento non presenta alcuna difficoltà tecnica, ma il nostro sistema nervoso è messo a dura prova dalla costante tensione a cui siamo sottoposti per la presenza di numerosi crepacci, nascosti sotto una coltre di neve fresca.
Il percorso è breve, ma le 'misure di sicurezza che dobbiamo prendere ci fanno perdere tempo. Arriviamo al colle verso le ore diciassette ed installiamo le tendine da bivacco su di una pietraia. La nebbia, salendo dal fiordo, copre completamente la visuale e ci troviamo immersi in un mare di ovatta. Anche il vento, che si è nel frattempo levato, contribuisce all'abbassamento della temperatura, per cui siamo costretti a rifugiarci nella tendina, mentre intomo il gelo blocca ogni attività della natura.
Il mattino successivo (19 luglio) verso le otto, la nebbia si dirada e possiamo vedere la via di discesa nel fiordo. La nostra direzione di marcia nell'attraversamento della penisola è stata, finora da ovest-nord est ad est-sud est.

Il canalone che ci condurrà al mare, presenta una rilevante pendenza e segue la stessa direzione della salita. Scendiamo lungo la sinistra idroorografica di detto canalone, perché la via, oltreché essere più praticabile, è meno soggetta al pericolo di cadute di seracchi da un ghiacciaio pensile, che raggiungono l'altezza (stimata) di 120-140 metri.
Alla base di questo canalone, ci si immette in un ghiacciaio coperto di pietre che scende da nord a sud.
Seguendo questo, scendiamo al mare e lo raggiungiamo verso le quindici e trenta circa del giorno 19 luglio.
Davanti a noi è la Penisola Wegener, con le sue calotte ghiacciate e vediamo anche un ghiacciaio che scende dall'indiandsis, come un enorme fiume e che sta «figliando» proprio in quel tempo, un enorme iceberg.
Il ritorno si svolge per la stessa via, in ventun ore e mezza di marcia ininterrotta, salvo brevi soste per smontare i vari campi e caricarci sulle spalle il materiale.
Man mano che scendiamo, il peso aumenta e quando finalmente all'una e trenta circa, del 21 luglio,giungiamo al Campo-base, ciascuno di noi ha sulle spalle circa trentacinque chilogrammi.
I compagni, svegliati dal nostro arrivo, si prodigano nella confezione di manicaretti che, data la fame, risultano squisiti (Bibl. 13).

GRANAT BJERG, 1966. CORDATE ITALO-DANESI SULLA COSTA ORIENTALE
di GIUSEPPE AGNOLOTTI

La nostra è stata una spedizione sorta dal desiderio di conoscere nuove montagne, in un ambiente diverso dalle nostre Alpi.
Abbiamo scelto la Groenlandia perché in quella immensa isola esistono ampie zone pressoché sconosciute, ove sorgono montagne di grande interesse alpinistico e anche perché, dal punto di vista economico, è la terra extra-europea più presto raggiungibile e con minor spesa.
Il risultato principale della spedizione è stato, dal punto di vista alpinistico, la conquista di sette vette inviolate.
Sono stati inoltre compiuti rilevamenti topografici e prelevati campioni di rocce.
Componenti la spedizione Jens Jensen, anni 60, Capo-spedizione, medico;
Giuseppe Agnolotti, anni 30, responsabile della partealpinistica;

Vittorio Lazzarino, anni 29, alpinista e cine-operatore;
Burmand Jensen, anni 27, alpinista ecartografo;
Eugenio Ferrerò, anni 26, alpinista.
Vette raggiunte in prima ascensione assoluta Naed Falk 1510 m, Piras e Ribaldone Bjerg 1460 metri, Is Kuppel 1450 m, Hvid Pyramiden 1810 m, Torino Bjerg 1650 m, Granat Bjerg 2050 m. Torre Ulrik 1010 m.


Organizzazione e realizzazione
Seguendo i consigli dell'accademico Giuseppe Dionisi — direttore della Scuola nazionale di alpinismo G. Gervasutti, alla quale apparteniamo in qualità di istruttori — abbiamo preso contatti con il Club alpino danese per i relativi permessi, essendo la Groenlandia territorio danese. Il presidente di quel Club alpino ci mise a sua volta in contatto con due alpinisti di Copenaghen, Jens Jensen e suo figlio Burmand, con i quali abbiamo così potuto organizzare la spedizione.

 

 


America settentrionale - GROENLANDIA






 

 


(2) Si tratta del Qingarssuaq, 1699 metri (No fa di M. F.).

 

 

 

 

 

 

 


America settentrionale - GROENLANDIA

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