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Nella conca superiore, la marcia diviene
ben presto monotona. Il ghiacciaio sale, formando dolci
dossi e l'unico suono che si accompagna al rapido battito
del cuore è il colpo ritmico e secco della piccozza
sopra il ghiaccio cristallino. Verso il crepuscolo alziamo
la tenda a 5000 metri di altezza. Il vento soffia con
forza e fa molto freddo, però il cielo continua
ad essere sereno.
La puna fa sentire il suo effetto; riusciamo appena
a bere una tazza di tè bollente, affondati nei
sacchiletto. Abbiamo un battito cardiaco accelerato;
100-110 pulsazioni al minuto e tutti tré sentiamo
il dolore alla testa, per l'altezza e per la mancanza
di ossigeno.
Durante la notte, il vento raddoppia la sua forza; Kummel
ed io, dormiamo a tratti, ascoltando gli schiocchi della
tenda, al punto di strapparsi, mentre Góttschiich
dorme saporitamente.
Alle tredici del giorno successivo giungiamo alla vetta
senza altri problemi. Verso il sud si staglia l'imponente
gruppo de La Ramada con le cime del Mercedario, Polaco,
Mesa, Alma Negra e Ramada, tutti al di sopra dei 6000
metri. Verso ovest, il ghiacciaio del Pedrazal, ci separa
da una cima di circa 5700 metri che immaginiamo vergine.
Verso nord ovest... (Bibl. 54).
Una spedizione, composta da Sergio Gino Job, Cesar Guerrero
ed Antonio Beorchia Nigris, raggiunse nel gennaio 1966
la regione montuosa del Cerro El Piata (5850 m), nella
provincia di Mendoza.
Il giorno 29 gennaio gli scalatori raggiungono la sommità
del Cerro El Piata e nel medesimo giorno compiono anche
l'ascensione al Cerro (de Los) Val lecitos (57 56 m)
(entrambe ripetizioni) (Bibl. 55).
Nell'aprile del 1966, in un giorno imprecisato, Sergio
Gino Job, scala una montagna denominata Fata del Indio
(5100 m) situata nella provincia di San Juan. La cima
si trova nella zona di Agua Negra,«departamento»
di Iglesia nelle immediate vicinanze della strada internazionale
che unisce San Juan (Argentina) a Coquimbo (Cile) (Bibl.
56).
ANDE ARGENTINE 1966
di BRUNO UGGERI
Componenti la spedizione: Giuseppe Armandola (C.A.I.
Sezione di Tortona), Vincenzo Perruchon (guida di Gogne),
Bruno Uggeri (C.A.I. Sezione di Alessandria, capo-spedizione
e medico).
Giunti il 3 febbraio in rapido volo a Buenos Aires rimaniamo
impaniati nella dogana argentina e per poter venire
rapidamente in possesso del nostro bagaglio dobbiamo
lasciare sanguinanti brandelli del nostro poco peculio.
È questo però l'unico ostacolo, dovuto
agli uomini, che incontreremo in tutta la nostra campagna.
D'ora in poi non incontreremo che persone
amiche, che sempre ci aiuteranno in tutti i modi, incuranti
di sacrificare il loro tempo ed il loro lavoro. Gli
indimenticabili Segre e Jahier, prematuramente scomparsi,
Càneva, Ponsò, Mazzeo, Grajales, Tretrop
e Burgos con i suoi impareggiabili gendarmi Joffre e
Jimenez, crearono in breve tempo attorno a noi un clima
di grande calore umano e di amicizia,che mai potrà
raffreddarsi od essere dimenticato.
Ci rechiamo a Puente del Inca, villaggio posto sulla
rotabile transandina che congiunge Mendoza a Santiago
del Cile e sede di un distaccamento di truppe di montagna
ove, per solito, le spedizioni si provvedono degli animali
per l'avvicinamento all'Aconcagua.
Nel viaggio facciamo sosta al cimitero di Puente del
Inca ove sono sepolti i morti recuperati sull'Aconcagua.
Sono un numero impressionante, se si pensa quanto pochi
sono quelli che si avventurano sul monte e che molti
cadaveri non poterono essere recuperati. L'amico Grajales,
alpinista di vasta esperienza himalayana ed andina,
ci ammonisce che tutti gli ospiti del luogo non sono
morti per caduta, ma per congelamento, vittime delle
improvvise terribili collere del monarca delle Ande.
A Puente del Inca non troviamo nemmeno un mulo.
Fortunatamente però, stanno operando
nella zona due spedizioni pesanti, una mista organizzata
dalla «Die Naturfreunde» con a capo Fritz
Moravec ed una giapponese, già da due mesi in
zona, per acclimatamento. Queste spedizioni dispongono
di montagne di materiale e quella di Moravec, forte
di una ventina di uomini, è ufficialmente appoggiata
dalla Gendarmeria National con uno squadrone di muli
e con numerosi gendarmi agli ordini del comandante principal
Juan Antonio Burgos de Santa Cruz, grande conoscitore
delle Ande. Per nostra fortuna, Grajales è amico
del comandante Burgos con il quale ha scalato il Tupungato.
Burgos è stanco e non armonizza molto con quelle
macchinose spedizioni che, con metodo teutonico, dopo
lunga preparazione diplomatica attaccano una montagna
con tecnica che si dovrebbe definire industriale, e
guarda invece con simpatia noi tré che, senza
l'appoggio di nessun ministero od ambasciata, con spirito
garibaldino, aspiriamo a misurarci con una delle più
scorbutiche montagne del globo.
Egli dichiara a Grajales che «adotterà»
questi tre orfanelli che non hanno nessun alto protettore
e che, quel che è peggio, non hanno nemmeno un
mulo.
Solo egli pretende che si vada al posto di polizia per
il rilievo delle impronte digitali di tutte e dieci
le dita, rilievo che potrà servire in caso di
ricono scimento di cadavere! D'ora in poi saremo la
«expedición adotsda».
Il giorno 7 ci mettiamo in cammino
e percorriamo a piedi i 40 chilometri della valle di
Horcones, che tutti gli altri percorrono tranquillamente
a cavallo.
Nel frattempo l'impareggiabile sergente Paolino Jimenez,
diventato tosto nostro grande amico, trasporta coi muli
le nostre cassette di materiale a Plaza de Mulas, alla
testata della valle ove esiste un rifugetto in legno,
che sarà la nostra base di appoggio.
È questo il nostro primo contatto con le Ande.
L'effetto è disastroso.
Tutti i conoscitori della regione ci
avevano raccomandato di porre particolarmente cura all'acclimatamento,
perché l'Aconcagua è tristemente famoso
oltre che per il suo «viento bianco», per
la sua speciale e terribile puna. Potremmo tradurre
questo termine con il nostro di mal di montagna spinto
però ai suoi estremi limiti. Dispnea, astenia,
insonnia, cefalea, anoressia e nausea compaiono quindi
molto intensamente, accompagnate da caduta di pressione
già sui 4000 metri, anche in persone già
perfettamente acclimatate a queste quote sul le Alpi,
come era Perruchon.
Noi ne soffriamo tutti intensamente e giungiamo la sera
a Plaza de Mulas stremati.
Non meno allarmanti sono le condizioni
del sistema nervoso, con fenomeni di amnesia e di depressione
psichica, che giungono in qualcuno alla sensazione di
catastrofe imminente.
Il giorno successivo, mentre tentiamo di acclimatarci
un po' prendendo contatto con il colosso, l'acuto occhio
di Perruchon scorge un uomo su per la parete.
Egli ci ha scorto e gesticola. Con grande fatica saliamo
fino a lui. È Fonrouge, un forte scalatore di
Bariloche che già abbiamo incontrato, ed è
con lui un viennese. Sono due dissidenti della spedizione
Moravec, che hanno compiuto un'impresa eccezionale,
scalando in tré giorni la parete sud. Ora scendono
per la ovest. Sono stremati; da due giorni hanno esaurito
ogni provvista, il loro sacco è un pezzo di ghiaccio.
soprattutto Chiedono da bere. Li aiutiamo a giungere
al rifugio dove si rifocillano con i nostri succhi di
frutta e con i viveri. Dopo un giorno di riposo, ripartono
traballando per Puente del Inca.
Noi abbiamo iniziato un faticoso saliscendi per la parete
ovest, trasportando carichi di viveri e materiale sempre
più in alto. Contemporaneamente mettiamo in atto
un intenso trattamento farmacologico a base di preparati
polivitaminici e poliminerali, forti dosi di vitamina
B 12, B 6 e C, psicotonici ed analettici.
Oramai conosciamo bene tutti i sassi
e le macchie di zolfo dei repellenti ghiaioni che portanoal
Nido de los Condores ed al Portezuelo del Manso a 5300
metri.
Le condizioni fisiche vanno ogni giorno
decisamente migliorando, mentre permane in tutti un
indistinto malumore, stranissimo in noi, che da tanti
anni percorriamo assieme i monti in fraterna allegria.
Sembriamo quasi nemici l'uno dell'altro. Decidiamo di
portare il nostro materiale fino a quota 6100 (>850
ca.), al bivacco Plantamura, per un ulteriore balzo
di acclimatazione. Vi giungiamo con forti carichi e
con moltissima fatica. Le due piccole costruzioni in
legno sono piene di neve. Mentre Perruchon ed Armandola
si sistemano in una, io decido di pernottare all'aperto,
poiché nella capanna mi sento soffocare. Infilandomi
in un sacco di plastica riflettente a doppia parete,
costruitomi dopo infinite prove da un intelligente artigiano
di Tortona, il paziente Carlino Luccardi, mi sistemo
su di un terrazzino che guarda verso ovest. La notte
è perfettamente serena, senza luna, e soffia
un vento freddissimo. La temperatura deve aggirarsi
sui —30°.
Grazie al mio sacco isolante, non soffro
affatto il freddo e me la passo molto meglio degli amici
nel bivacco, che invece soffrono di cefalea e di dispnea.
Ho la meravigliosa visione di miriadi di stelle luminosissime,
che adornano la mia fiabesca stanza. Vedo in distanza
la linea indefinita dell'oceano Pacifico, ove si sono
spenti i bagliori di un tramonto di fuoco. Su questo
balcone, sospeso in un mondo favoloso, ho la strana
sensazione di essere una cnsa lide in un bozzolo di
piuma e di plastica sospeso nel cielo. Per la prima
volta mi sento felice ed in questa sensazione mi addormento.
Mi richiamano alla realtà le luci dell'alba.
Al primo momento ho la sensazione di soffrire di allucinazioni.
Verso occidente, si staglia nel cielo a contorni nettissimi
un'immane ombra nera triangolare, che posa la sua base
immensa nel Pacifico e giunge con il vertice allo zenit.
Dall'apice di questa paurosa nera piramide, fluttua
un'immensa chioma, pure nera, che si perde verso nord.
Nel suo corpo luccica, ancora visibile, il chiarore
di qualche stella. Ai lati il cielo ha l'azzurro chiaro
dell'alba. Il mio occhio estatico riconosce a destra
ed a sinistra dell'immensa mole nera, i ghiacciai del
Mercedario e della Punta Tolosa, biancheggianti alle
prime luci. Rapidamente essi si tingono del viola e
del rosa dell'aurora, mentre l'immensa massa nera si
abbassa, perde la nettezza dei suoi contorni
ed in poco tempo si riduce ad una piccola zona oscura
indistinta, nelle infinite distanze del Pacifico.
Il panorama ritorna visibile con i contorni noti e sorge
il giorno. Vedo i raggi del sole, che ancora non mi
raggiunge, con inspiegabile senso di sollievo.
Quell'immane massa nera, quasi mi opprimeva: era l'ombra
dell'Aconcagua proiettata contro il cielo dal sole nascente,
anch'essa, come il monte, sinistra ed opprimente.
Ci tratteniamo un giorno ed un'altra notte, indi ridiscendiamo
a Plaza de Mulas per riposarci e mangiare, dato che
non siamo riusciti in due giorni a mangiare ed a bere
quasi nulla. A Plaza de Mulas ora le cose vanno molto
meglio: possiamo mangiare e digerire anche la pastasciutta.
Quivi però, preceduta da una lunga carovana di
muli agli ordini dell'amico sergente Paolino Jimenez,
arriva il grosso della spedizione di Moravec. Plaza
de Mulas si trasforma in una tendopoli ove tentiamo
di parlare italiano, tedesco, spagnolo, inglese e francese
comprendendoci però sempre coi gesti. Stiamo
tré giorni in riposo ed impieghiamo il tempo
esplorando l'incantato mondo di ghiaccio del ghiacciaio
di Horcones superiore.
Riposati, riprendiamo a salire per i
notissimi e maledetti ghiaioni e ripercorriamo l'ormai
notissima via sino al rifugio Plantamura. Superiamo
i 1900 metri di dislivello senza eccessivo sforzo e
raggiungiamo il bivacco alle quattordici, in discrete
condizioni.
All'imbrunire vediamo giungere tutto
solo un Austriaco della spe dizione di Moravec, il quale
ci narra che i suoi compagni, in sei, hanno dovuto fermarsi
a bivaccare 400 metri più in basso, perché
in preda a tremendo mal di montagna. La cosa ci meraviglia,
perché si tratta di alpinisti provetti che da
tré mesi si trovano nelle Ande, dove hanno già
compiuto varie ascensioni.
L'Aconcagua è ostile davvero per tutti.
Ci consoliamo dei nostri malesseri
e concludiamo che, per essere da solo dieci giorni nella
zona, ci comportiamo anche bene e che il nostro acclimatamento
è stato rapido, se lo confrontiamo con quello
degli altri.
Che siano state tutte le pillole, in cui i miei amici
riponevano tanta fiducia?
Il giorno seguente, sempre per instabili ghiaioni, giungiamo
a quota 6500 ove, su di un colle ventoso, è posto
il piccolo bivacco Indipendencia, parzialmente demolito
dalle intemperie. Soffia sempre vento gelido tortissimo,
che ci costringe a rintanarci nello stretto bivacco.
Passiamo una notte pessima con la continua sensazione
di soffocare (6480 m, ca.).
Il mattino stiamo tutti malissimo. Il vento freddo è
sempre violentissimo e ci costringe ad incappucciarci
con quanto abbiamo a disposizione. Ogni tanto le mani
si fanno insensibili e dobbiamo batterle contro le rocce.
Fortunatamente non compaiono segni di con gelamento
ai piedi. Con la forza della disperazione continuiamo
la salita su per altri immani ghiaioni sempre più
instabili, dai quali emergono grandi spuntoni di roccia
marcia, dall'aspetto di ruderi di sinistri castellacci.
L'orizzonte sotto di noi si allarga
sempre più, ed ora vediamo anche il versante
atlantico che si estende con un altro mare di vette
sotto i nostri piedi, sino all'infinito. È certamente
uno dei panorami più grandiosi ed impressionanti
che occhio umano possa contemplare, ma quasi non ci
interessa. Scattiamo qualche fotografia per una specie
di senso del dovere e proseguiamo lentissimi, un passo
e un respiro, un passo e un respiro, con gli occhi socchiusi
guardando solo ai nostri piedi senza parlare, quasi
senza pensare, per economizzare ogni minima energia,
concentrati solo nello sforzo di salire questo calvario
che ci siamo scelti. Ad un certo punto, il vento cessa.
Siamo giunti all'attacco della candela terminale, tristemente
famosa. Si tratta di un canalone ripidissimo di circa
300 metri di dislivello (160 m, ca) che porta alla vetta.
È occupato da sfasciumi a grossi
blocchi mobili, estremamente faticoso e pericoloso,
poiché non vi è sasso che non si metta
in movimento quando lo si tocca. Perruchon ci ha preceduti,
ci attende all'attacco e ci dice:— Mi vengono i brividi
solo a guardarlo. —
Deposita la bombola d'ossigeno, che con abnegazione
lui ed Armandola hanno portato fino là per me,
e di buon passo comincia a salire.
Nell'imminenza della vetta ha ritrovato se stesso e
ben presto è su alto nel canalone. Armandola
parte, anche lui incerto, su per i massi instabili.
Io mi accomodo nel sacco l'apparecchio respiratore a
circuito aperto, frutto di tante prove, mi assesto la
maschera e mi riposo per un quarto d'ora respirando
una miscela d'aria arricchita di ossigeno con un flusso
di 1,5 litri-minuto. Mi riprendo rapidamente. Sistemo
la maschera sotto il passamontagna e sotto la giacca
di piu mino per evitare il pericolo del congelamento
delle valvole e parto a mia volta, aumentando il flusso
d'ossigeno a due litri-minuto. Nonostante il terreno
faticosissimo, con l'ossigeno salgo bene e dopo una
mezz'ora ho quasi raggiunto Armandola, che è
sopra la cresta che unisce le cime nord e sud. Da quel
poggio aereo, che sporge per 3000 metri, attaccandosi
a torrioni in stabili egli si sforza di riprendere con
la macchina da presa il vertiginoso versante della parete
sud.
Perruchon, intanto, è giunto in vetta. Sono circa
le quindici del 21 febbraio. Egli ci lancia un grido.
È il primo momento di euforia dopo tante sofferenze
e tanto malumore. Ho per un momento la sensazione che
tutto vada bene: Vincenzo è in vetta, noi siamo
a non più di 50-60 metri di dislivello, a portata
di voce. Con l'ossigeno mi sento bene; Armandola è
visibilmente provato, dopo gli sforzi fatti sui 7000
metri senza ossigeno; ma stringe i denti, barcolla,
si appoggia ai massi, si arresta ogni momento, ma procede.
La vetta è lì, sopra quei massi che rotolano
appena a toccarli. Bisogna stare molto attenti: se ne
arriva uno in una gamba, può essere la fine.
La voce di Perruchon dalla vetta ci grida: coraggio!
vi aspetto.
Del tutto inatteso, comincia a sibilare un vento furioso,
con raffiche di violenza quale mai abbiamo conosciuto
sulle Alpi. Il tremendo canalone sotto i nostri piedi
è nero di nebbia che sale vertiginosamente. Armandola
sopra la mia testa è investito dalle raffiche
di vento e scompare tra le folate di nebbia. In un momento
attorno a noi è il finimondo. La tempe ratura
scende in modo pauroso: nello spazio di qualche minuto
da 5-6 sotto zero scende ad un valore valutabile ai
meno 30 con vento e raffiche certamente su periori ai
100 chilometri orari. Improvvisamente mi sento soffocare:
il freddo ha gelato contemporanea mente le tre valvole
della maschera del respiratore che pure avevo accuratamente
riparato sotto uno spes so passamontagna, uno spesso
duvet ed un'ampia giacca a vento. Non è facile,
in quelle condizioni, aprire cerniere, sciogliere bottoni
e legacci per togliermi dal viso la maschera che mi
soffoca. Debbo togliermi i guanti.
Riesco finalmente a liberarmi dal pericolo mortale della
maschera gelata e mi accascio ansimante, stremato dal
lungo periodo di apnea; sento che mi si gelano le mani.
Ricalzo i guanti aiutandomi con identi e mi metto a
picchiare con tutta forza le mani contro i sassi finché
sento dolore: segno che la circolazione riprende. Abbandono
il sacco con il respiratore, e con fatica, dopo il momento
tremendo, riprendo a salire con estrema lentezza, sbatacchiato
dal vento. Sopra la mia testa la vetta, a portata di
mano, compare e scompare nella nebbia che corre a brandelli
velocissimi. Fulmineo mi torna alla mente l'avvertimento
di Grajales: «non sono morti per ca duta, ma di
freddo». In un momento di pausa sento la voce
di Perruchon che grida: — Venite? Contemporaneamente,
senza consultarci, lanciamo un «No!» che
si perde nel vento. Un monosillabo che dice tutta la
valutazione del rischio mortale che comporterebbe l'attardarci
in un simile posto con una simile bufera, e tutta l'amarezza
della necessità del l'estrema rinuncia proprio
all'ultimo momento. Il vento è tale, che i sassi
si muovono e rotolano da soli.
A salire quei 50 metri di dislivello non impiegherei
meno di mezz'ora, mentre bisogna fuggire prima che sia
troppo tardi.
Dopo qualche minuto mi è accanto
Armandola, e dopo breve attesa, il fantasma di Perruchon
spunta nella nebbia. La discesa, nella bufera, ci costa
immensa fatica ed impegna tutta la nostra prudenza e
le nostre residue energie. La violenza del vento, fortunatamente,
diminuisce scendendo di quota ed alle luci del tramonto
raggiungiamo il bivacco Plantamura, ove finalmente possiamo
riposarci.
Scendiamo il giorno successivo con tutto il materiale
a Plaza de Mulas. Qui abbiamo l'inattesa e lieta sorpresa
di incontrarci con la spedizione di Mauri che, dopo
la vittoriosa ascensione del Buckiand, si dirige all'Aconcagua.
Nonostante non si possa certo dire che manchino di allenamento,
anch'essi, qui, soffrono maledettamente la quota. Trascorriamo
una giornata di riposo nell'allegra compagnia dei Lecchesi;
poi, mentre quelli sui loro robustissimi muli iniziano
da signori la salita, noi, gli orfani, riprendiamo a
piedi la via di Horcones. Giungiamo la sera al lago,
dove ci fanno festosissima accoglienza il comandante
Burgos ed i suoi gendarmi.
Ospiti poi per qualche giorno dell'amico Càneva
nel suo rifugio-albergo di Vallecitos, procediamo ad
un'intensa e razionale cura gastronomica, che ci fa
riacquistare i molti chili perduti sull'Aconcagua.
Rimessi in sesto, in compagnia del comandante Burgos
e di Càneva, ci rechiamo a Barreal per salire
l'inviolata parete sud est del Fico 7 della Cordillera
de Ansilta. Questa volta, sia pure con difficoltà,
grazie al paziente e provvido aiuto del comandante Burgos,
troviamo gli animali per la nuova spedizione.
Accompagnati dal valentissimo maresciallo Raul Joffre
e da due gendarmi, ci rechiamo ad Alvarez Condarco nella
valle del Rio de los Patos, indi a Las Hornillas.
Da qui risaliamo per la riva destra
la valle del Rio Bianco che attraversiamo, con un difficile
guado, a monte di Casas Amarillas. Dopo tre giorni di
viaggio, il 2 marzo, poniamo il Campo-base sotto una
gigantesca roccia, in un'alta valle, a quota 3000.
Il giorno dopo saliamo fino alla lingua del grande ghiacciaio
che scende dall'Ansilta e qui poniamo un piccolo campo
a quota 4000. Trascorriamo un giorno per riconoscere
la zona e per studiare il nostro montee le possibili
vie di salita.
Constatiamo che questa volta ci troviamo di fronte ad
una montagna per bene: bella con i suoi ghiacciai, imponente
ed attraente. Nel profilo ricorda, molto in grande,
il Breithorn di casa nostra.
Ha una bella parete di ghiaccio, discretamente
crepacciata, dell'altezza di circa 1300 metri, con due
cime rocciose. La separano da noi un lungo ghiacciaio
pianeggiante, che non pare debba offrire grandi difficoltà.
Pensiamo di poter attraversare rapidamente il ghiacciaio
e di attaccare la parete, sotto la verticale della punta
rocciosa più alta.
All'alba del 5 marzo, ci mettiamo in cammino.
Ci sentiamo bene, perché le fatiche sopportate
all'Aconcagua danno pure qualche frutto, e procediamo
rapidamente per la morena di sinistra.
Quando però iniziamo la traversata
del ghiacciaio, ci accorgiamo che esso è molto
più lungo del previsto ed inoltre è tutto
coperto di piccoli pcnitcntes con i quali abbiamo per
la prima volta un rude contatto. Sono taglienti creste
di ghiaccio alte fra i 50 centimetri e il metro, disposte
parallelamente, alla distanza di 20/30 centimetri; formano
una specie di prato, che si estende per chilometri.
Bisogna aprirsi il varco rompendoli con la piccozza
e si procede molto lentamente e con estrema fatica.
Dopo cinque ore di questo lento procedere, giungiamo
ai piedi della parete. Fortunatamente, essa si presenta
in buone condizioni di neve dura, dove i ramponi mordono
bene, e saliamo speditamente intagliando gradini solo
per brevi tratti.
La temperatura è bassa ed i crepacci si attraversano
senza difficoltà su solidi ponti. La salita,
pure lunga e faticosa, si può dire, non ha storia.
Alle quattro del pomeriggio i 1300 metri di parete sono
sotto di noi, che siamo riuniti sopra una stretta vetta
di sfasciumi.
(La cima si eleva a 5778 metri; nota di M.F.).
L'altimetro segna 5500 metri. In una
vecchia custodia di termo, sotto un cumulo di sassi,
troviamo un libretto, che dice come la vetta sia stata
salita una sola volta, dieci (otto, M.F.) anni prima,
da Zimmermann con alpinisti di San Juan per la cresta
est. Scriviamo il nostro nome di primi salitori della
parete sud est.
Vediamo lontano l'Aconcagua, con la vetta ammantatada
un nembo di bufera; più a sud il bianco cono
del Tupungato e ad ovest, più vicina, attira
la nostra ammirazione la gigantesca mole del Mercedario,
con le sue inviolate pareti sud ed est, l'Alma Negra,
il Cerro La Mesa ed il Pico Polaco, dai quali ci separa
lagrande valle del Rio Bianco.
Il tempo si mantiene buono e scendiamo per la facile
cresta est,evitando così una parte dei campi.
II gruppo di Uggeri percorre il Glaciar Schiller, formato
da due lobi glaciali diretti verso sud est.
Qualche anno più tardi, l'alpinista argentino
Ariel Cesar Vitali, con il nobile proponimento di rendere
onore al gruppo di Uggeri ha battezzato col nome di
«Glaciar de los Italianos» il lobo sud (S.SO)
della coltre glaciale che scende dal Fico n. 7 de Ansilta,
lobo fino a quel giorno innominato.
Resta dunque chiaro che il Glaciar de los Italianos
è un ghiacciaio sul quale gli Italiani (1966
o prima) non sono mai passati. Forse alla base di quel
battesimo c'è stata l'intenzione di far coincidere
le due cose, ma un errore di informazione lo ha impedito.
(In ogni caso il Glaciar Schiller, già aveva
quel nome da anni!).
Poiché tuttavia il nome di Glaciar de los Italianos
è stato ormai consacrato nella letteratura di
montagna argentina, come attributo del lobo sud, non
c'è che arrendersi alla realtà.
Il ghiacciaio in questione è chiaramente definito
negli articoli: a) ARIEL CESAR VITALI, Ascension al
Fico 7, in «La Montana», n. 13, die. 1969,
pag. 33-34; b) BEORCHIA NIGRIS ANTONIO, Los 7 picos
de Ansilta, in -"La Montana", n. 14, 1970,
pag. 38-43 di penitentes.
Agli ultimi bagliori del tramonto siamo nelle nostre
accoglienti tende.
Il mattino successivo iniziamo il ritorno, ripercorrendo
le lunghe e squallide valli del Salado, del Rio Bianco
e del Rio de Los Patos, sino al posto di gendarmeria
di Alvarez Condarco, ove l'amico Càneva viene
a prelevarci con la sua camionetta per riportarci a
Mendoza (Bibl. 7).
ACONCAGUA, UNA VITTORIA
OTTENUTA PER CASO
da: CASIMIRO FERRARI - Aconcagua, una vittoria
ottenuta per caso, da Rassegna di Montagna, Belledo,
C.A.I., Annuario 1966,pag. 95.
L'anno 1966 ha visto una bella vittoria alpinistica
italiana nella Terra del Fuoco, ottenuta dalla compagine
capitanata da Carlo Mauri: è stato conquistato
il Monte Buckiand e la spedizione prende la via del
ritorno. Il viaggio è lungo ed una tappa a meta,
via forse è opportuna. A Santiago i Cileni ed
a Mendoza gli Argentini chiedono ritualmente: «Avete
scalato l'Aconcagua? »
«No!» «Ed allora che siete venuti
a fare, qui?».
Così Carlo Mauri, Casimiro Ferrari, Luigi Alippi
e Cesare Giudici, si vanno a sbizzarrire con un «fuori
programma».
I quattro Lecchesi raggiungono Puente del Inca il 21
febbraio, e lì trovano ospitalità ed accoglienze
alla caserma della Compagnia di «Eskiadores»:
il giorno successivo i quattro partono per Plaza de
Mulas,
accompagnati dal tenente Hugo Copertari, dal ten. Liavar,
e dal sergente De Petris (quest'ultimo ha già
salito tré volte l'Aconcagua). Sosta per l'intero
giorno 23 a Plaza de Mulas ed il giorno 24, sempre in
groppa agli allenatissimi muli forniti dai militari,
i quattro Lecchesi partono in direzione della cima;
sono 2600 metri da farsi col mulo, poi duecento metri
necessariamente a piedi.
E sono proprio quei 200 metri che ammazzano di stanchezza,
danno il vomito, tagliano le gambe, uccidono spiritualmente
l'uomo.
È come arrivare in funivia, in pochi minuti all'Aiguille
du Midi, e ballare
subito un valzer senza sentire il batticuore.
Il tutto moltipllcato per tré: altezza e mal
di montagna.
Fra i quattro che salgono lassù vi sono i due
estremi: Mauri che (nell'Himàlaya) è stato
quasi ad ottomila metri, per diversi giorni, senza ossigeno
od altro aiuto, oltre alle proprie risorse fisiche;
e vi è Ferrari il quale da anni ha il terrore
di uno «scherzo» circolatorio perché
è stato riscontrato essere affetto da«soffio
al cuore».
America meridionale - ANDE CILENO-ARGENTINE
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