CLUB ALPINO ITALIANO SEZ. DI TORTONA
"GABRIELE BOCCALATTE"

VIA TRENTO,31 C/o Palestra F.Coppi - 15057 TORTONA - (AL)      Tel. O131820778
CASELLA POSTALE 53  e-mail: info@caitortona.net

APERTURA: GIOVEDI'   21,00 - 23,00

 



 

 

In discesa raggiungiamo ancora la vetta del Gumatchi (3809 m) prima di scendere al rifugio, ove
siamo accolti dal sorriso di una graziosa componente Véquipe glaciologica, che offre ad ognuno un mazzolino di fiori. Con il rientro al Campo Elbrus le accoglienze si fanno entusiastiche; esibito il biglietto ritirato sulla vetta siamo fatti segno ad un triplice hurrà!
da parte dei componenti il campo schierati per l'occasione e insigniti del distintivo di «Alpinisti dell'Unione Sovietica».
Dopo un giorno di riposo occupato in brevi escursioni nei dintorni, rieccoci in movimento. Alle otto e
trenta su di un autocarro lasciamo il campo per l'avvicinamento all'EIbrus. Lungo la valle di Baksan raggiungiamo Terskol ai piedi del colosso.
La strada in terra battuta comincia ad inerpicarsi con ripidi zig-zag, gli alberi scompaiono ben presto
ed i declivi erbosi si fanno vieppiù avari d'erba e ricchi di sassi. Verso i 3200 metri la sede stradale
è sbarrata da un masso; unendo gli sforzi riusciamo a farlo rotolare oltre il bordo, ma a quota 3500 la
strada è franata ed occorre rinunciare all'autocarro.
La carrozzabile termina nei pressi delle costruzioni della stazione meteorologica a quota 3800 e da questopunto in un'ora e quindici, lungo i giudiziosi pendii del ghiacciaio, siamo al Rifugio degli Undici (quota4163). L'EIbrus appare accomodante e apparentemente a portata di mano. Dopo una nottata sonora,per la furia del vento, il giorno di ferragosto si presenta limpido ma eccessivamente ventilato. Partiamotardi (ore otto e trenta) per una puntatina di accli matazione, ma proprio la mancanza di difficoltà el'apparente vicinanza della vetta, finiscono per giocare un brutto scherzo al nostro gruppetto di punta.
Sopraffatti dall'entusiasmo gli alpinisti proseguono per la vetta, ma sulla via del ritorno sono costretti al
bivacco sul colle fra le due cime. Fortunatamente nel pomeriggio il vento cessa e la temperatura più mite,
permette loro di passare la notte all'addiaccio senza conseguenze.
Al mattino del 16 mentre saliamo alla loro ricerca abbiamo la sorpresa di vederli scendere in buone condizioni. Incontro felice, ma di breve durata, i conti non tornano ancora, manca un componente il gruppo,
che raggiunta la vetta è sceso per proprio conto e non è stato rivisto. Ci dividiamo per la ricerca, ma
solo sulla via del ritorno avremo notizie migliori.
Il solitario, passata la notte sul ghiacciaio, è rientrato con i propri mezzi; nel frattempo gli amici Bonis
e Mila raggiungendo la Cima Orientale dell'EIbrus completano nel migliore dei modi il nostro programma. Il giorno dopo, il tempo, decisamente compromesso, è anche più esplicito nel sottolineare la fine
della nostra attività nel Caucaso.
Componenti: Giuseppe Bonis, Giuseppe Garimoldi, Mario Fantin, Gianfranco Aliarla, Guido Franco,
Sandro Bonino, Gianfranco Origlia, Massimo Mila, Carlo Marsaglia, Ennio Cristiano, Luciana Seymandi
(in Bonis), Carla Maverna, Irene Affentranger.
Risultati: Tcheghet Tau Tchana (4109 m - I3 ascensione italiana); Vetta Innominata (3900 m, ca
- I3 ascensione italiana); Gumatchi (3809 m - I3 ascensione italiana); Elbrus, Cima Ovest (5633 m - ripet.);
Elbrus, Cima Est (5595 m - ripet.) (Bibl. 17).


ALPINISTI TORTONESI
NEL CAUCASO CENTRALE (1965)
di BRUNO BARABINO

Tre soci della Sezione del C.A.I. di Tortona, Carlo Pedenovi, Mauro Caligaris e Bruno Barabino pre-
sidente della Sezione, hanno partecipato al viaggio nella Catena del Caucaso organizzato dalla Sezione di
Torino, con il gruppo Bàlzola. La comitiva, partita dall'aeroporto di Linate la mattina dell'otto agosto
1965, dopo un'interessante sosta a Varsavia, raggiunge la capitale sovietica. Alloggiati in un immenso complesso turistico, all'estrema periferia della città, i quindici alpinisti del gruppo, dedicano due giornate alle visite di rito ai più celebrati monumenti della bel lissima metropoli.
Il giorno 11, con un velocissimo Tupolev, avviene il trasferimento in Geòrgia. Viva emozione suscita
il sorvolo del fiume Don in chi visse, vent'anni or sono la tragedia dell'Armir e si salvò miracolosamente
dalla terribile ritirata nella sconfinata steppa gelata.
Attraversato il lago di Tsinljanykoe, già all'altezza del Mar d'Azov, si intravvedono l'enorme cupola
nevosa del Monte Elbrus e la gigantesca catena caucasica, sorvolata troppo rapidamente sì che a mala
pena si può riconoscere a sud, il Kazbek, nostra meta alpinistica.
La capitale della Geòrgia Tbilisi (Tiflis), immersa in una lussureggiante vegetazione ci accoglie con più
di 40 gradi all'ombra mentre alla partenza da Mosca il termometro non segnava più di 7-8 gradi. La città,
splendida, ci incanta al punto di farci, in qualche momento, dimenticare lo scopo per il quale abbiamo
attraversato tutta l'Europa. L'accoglienza, poi, dei Georgiani è assai festosa; essi cercano di dimostrarci
in tutti i modi la loro simpatia e di distoglierci dai nostri progetti alpinistici, per la cui realizzazione non
era stato predisposto niente. Finalmente, grazie all'au torevole intervento del Presidente del Club alpino
georgiano, Berdzenischvili, che da vero alpinista si dimostrò con noi estremamente comprensivo, vinte le
notevoli difficoltà burocratiche, fu possibile organizzare la partenza verso il Kazbek, lontano da Tbilisi
(Tiflis) oltre 200 chilometri.
Nel frattempo il presidente degli alpinisti georgiani si mise in comunicazione con il Capo-guida a
Kazbegi e gli diede disposizioni per la formazione della nostra carovana.
Il giorno 13 agosto, la comitiva, sopra un robusto autobus, si avviava lungo la pittoresca, grande strada
militare transcaucasica e, superato il passo Krestovyi (Pereval), scendendo sul versante del Mar Caspio,
raggiungeva Kazbegi, graziosa località a 1700 metri di altitudine alle falde della gigantesca mole del Kazbek, sulla costa di un'enorme valle delimitata da selvagge pareti brulle e dirute. La località prende il nome dal maggior scrittore e poeta georgiano, Alessandro Kazbegi il quale è inoltre ricordato da un pregevole monumento sulla piazza del villaggio e da un interessante museo sito nella casa natale.
Accolti con sin troppo entusiasmo dai montanari georgiani e daghestani, prendiamo subito accordi con
il capo-guida Vahtanghi, che ci è presentato come la massima autorità del luogo e la cui effigie è già conservata al museo fra quelle dei grandi caucasiani. Conscio della sua importanza e della sua autorità, egli ci avverte subito che sulla montagna dovremo eseguire i suoi ordini e che solo lui deciderà chi potrà salireverso le vette. La sua diffidenza giunge al punto di voler controllare l'equipaggiamento di ognuno; eglimostra di non apprezzare le suole vibram ma ammira incondizionatamente i nostri duvet. L'esito piuttosto favorevole dell'esame lo rendono più trattabile; le abbondanti libagioni con il delizioso vino georgiano,gli innumerevoli brindisi ed i cori alpini dei nostri cantori, completeranno l'opera di disgelo...
Nella fredda alba del giorno 14, sopra un incredibile autocarro, attraversiamo l'immensa valle per
raggiungere l'ultimo villaggio sulla montagna, costituito da caratteristiche isbe che ci ricordano quelle
della steppa ucraina.
Attendiamo che arrivi la nostra impareggiabile guida; quindi caricati gli equipaggiamenti sui robusti
cavalli forniti dal Koikoz locale, iniziamo una lunga, faticosa marcia su enormi dossi erbosi, a cui seguono
interminabili morene e vasti ghiacciai.
Raggiungiamo, dopo circa 10 ore, un rifugio-osservatorio a 3700 metri, situato in un grandioso circo
di vette nevose e rocciose. Qui, accolti con cortesia da due giovani meteorologi, ci ristoriamo con bevande calde.
Un vento furioso e gelido, che sembra voler scoperchiare il nostro rifugio, ci fa ricordare la terribile
notte trascorsa dal compianto Ghiglione nella stessa località, dentro un precario ricovero, nell'anno 1913 e da lui magistralmente descritta nella relazione sull'ascensione al Kazbek.
Ci sistemiamo in due piccoli locali: i meno giovani possono addirittura dormire, in due, su brande messe a disposizione dai nostri gentili ospiti.
Il giorno 15 sostiamo per acclimatarci e per permettere al nostro Vahtanghi di curare una non grave distorsione ad una caviglia. Alle due del giorno 16 agosto siamo tutti pronti; tira il solito vento impetuoso, ma la notte è limpida e la luna luminosissima.
Il capo-guida decide, finalmente, che tutti gli alpinisti potranno salire verso il Kazbek, anche la gentile signorina Luisa Andreis, unica rappresentante femminile nella nostra comitiva ed il nostro interprete-accompagnatore Valerio Narimov, un simpatico caucasiano nato alle falde dell'EIbrus, perfettamente equipaggiato da noi.
Vahtanghi ha evidentemente cambiato parere sul le capacità degli Italiani.
Il cammino è perfettamente illuminato dalla luna.
Attraversati i punti più pericolosi per la caduta di massi sulla ripida, disagevole costa morenica, saliamo su un terreno assai infido sino a raggiungere il comodo ghiacciaio inferiore che risaliamo lentamente ed alle otto e trenta, raggiunto il crinale in pieno sole, stiamo già risalendo i ripidi pendii nevosi verso la cresta che divide l'antecima dalla vetta. Il vento è aumentato di intensità ma a noi sembra ancora possibile raggiungere la cresta sommitale. Improvvisamente Vahtanghi si arresta e dichiara che per le condizioni del tempo è assolutamente impossibile proseguire: chiediamo che almeno i più esperti siano lasciati proseguire; ma la guida georgiana è irremovibile. Pertanto ridiscendiamo al colle e decidiamo di salire la cima Spartacus di circa 4500 metri, già nei nostri programmi. La vetta, di pessima roccia vulcanica offre un raro spettacolo: la visione di buona parte della catena centrale con i suoi picchi arditissimi. Esauriti i soliti riti — la salita è pur sempre una prima italiana — riprendiamo la via del ritorno.
Un gruppo di più giovani alpinisti fra cui il nostro Pedenovi, sale un'altra bellissima vetta, la Punta
Urzuveri (Orzuveri) di 4400 metri, per una interessante cresta sempre con molto vento.
Alle due del pomeriggio siamo di nuovo all'osservatorio, quasi tutti intenzionati a rimanere in quota
per ritentare la vetta del Kazbek, ma ci viene imposto di scendere a valle. Di malumore, alle quindici,
salutati i gentili meteorologi, ricominciamo a scendere ed alle venti raggiungiamo Kazbegi, esausti ed affamati. Non c'è male; in un giorno 3300 metri di dislivello in discesa e più di 1000 in salita.
Nell'albergo manca totalmente l'acqua; la notizia lascia indifferenti molti...; c'è tanto vino georgiano eccellente!
Il 17 agosto, visita all'interessante museo nella casa natale del vate della Geòrgia; fra i cimeli una bella
fotografia di Garibaldi. Quindi solenne pranzo ufficiale a base di carne di montone con cipolle, paprika, rafano, pepe e sale in quantità; premessa indispensabile per gigantesche bevute, interminabili brindisi, fraternizzazione, abbracci. Pochi resistono...
A sera, al colmo dell'euforia generale, la grande guida Vahtanghi, profondamente commossa, consegna ad ognuno di noi le insegne di «Alpinisti dell'URSS di 1° categoria»: non siamo più considerati turisti e
l'entusiasmo di tutti è al parossismo; una esuberante turista russa suona e canta disperatamente «Le notti di Mosca» accompagnata da un poderoso coro internazionale in cui però... predominano le voci dertonine. È persino ricomparsa l'acqua nell'albergo, ma la notizia non commuove ormai nessuno.
18 agosto. Nella tarda mattinata giunge l'autobus che ci riporterà a Tbilisi (Tiflis).

È finita la breve avventura di quindici Italiani che accolti nell'URSS come turisti, non avendo raggiunto la vetta del Monte Kazbek, si ritrovarono alpinisti di 1' categoria! La capitale della Geòrgia ci attende per premiarci con lo splendido spettacolo dei Balletti di Stato; ma questo è un altro discorso! (Bibl. 18).


DALL'ELBRUS,
CON GLI SCI AI PIEDI (1966)
da: TONI GOBBI - Dall'EIbrus con gli sci ai piedi, in «Sci»,
n. 64, ottobre 1966.

Con la primavera del 1966 le «Settimane nazionali sci-alpinistiche d'alta montagna» hanno raggiunto il
loro 15° anno di attività.
Se un tale traguardo rappresentava già di per sé un ambito premio per gli organizzatori, era chiaro
però che si doveva solennizzarlo con la realizzazione di una impresa sci-alpinistica che desse la riprova del grado di maturità e di affinamento tecnico cui è pervenuta gran parte dei 615 sciatori-alpinisti italiani ed esteri che si sono avvicendati, dal 1951 ad oggi, nelle 88 «settimane» di cui si inorgoglisce il libro d'oro delle settimane stesse.
Mica facile però trovare una meta degna! Ormai tutti i massicci europei erano stati da noi esplorati attraverso la realizzazione di ben diciassette differenti programmi; la vetta di tutti i 4000 sciabili delle Alpi, dell'Oberland e del Delfinato era stata raggiunta, le più belle hautes-routes percorse e ripercorse, anzi a volte scoperte ed inaugurate.
Era giunto il momento, per non dire la necessità, di buttar l'occhio fuori dalle nostre montagne e di provare un po' a vedere come si scia al di sopra delle altitudini cui siamo (si fa per dire) costretti, visto che qui attorno più in alto dei 4810 metri del M. Bianco non si può arrivare.
Caucaso? Caucaso! Elbrus? Elbrus! 5633 metri?
è proprio quel che cercavamo per i nostri sci!
Così viene posta in programma la Bisettimana sci-alpinistica nel Caucaso riservata agli sciatori-alpinisti d'alta montagna che avessero già realizzato con noi almeno tre settimane; posti disponibili 12; quota di partecipazione 400.000 lire. Nonostante tutte queste restrizioni, dobbiamo a malincuore dire di no a molti pretendenti!
Il mattino del 23 giugno vede radunati all'aero porto di Linate le tre guide-sciatore che inquadrano la comitiva — Toni Gobbi e Renato Petigax di Courmayeur, Giorgio Colli di Champoluc — nonché i tredici partecipanti: di Milano la signora Irene Bozzi, la signorina Camilla Turati, Aldo Cosmacini, Giandomenico Ganassini; di Vicenza la signorina Adriana Valdo, Umberto Caprara, Walter De Stavola; di Broscia, Andre Petitpierre; di Venezia, Giorgio Franceschi; di Bologna, Ferdinando Rozzi; di Torino, Giulio Azzardi; di Genova, Elio Ghighione; di Novara, Augusto Bianchi.
Sono tutti elementi di pieno affidamento tecnico che han corso con gli sci, sui fianchi di un po' tutte le montagne più remunerative — ma anche più impegnative — d'Europa: c'è fra di loro chi ha già realizzato sedici-diciassette settimane, la media ne vanta almeno sette o otto, la matricola ne ha al proprio
attivo solo quattro. Ciò è certezza di reciproco affiatamento nonché di una comune visione tecnica ed interpretativa dell'attività sci-alpinistica d'alta montagna.
L'aereo si invola da Milano poco prima di mezzo giorno e ci deposita sull'imbrunire a Mosca; il giorno successivo ancora in aereo da Mosca a Mineralnye.

 

 

Denominazione: «Spedizione sociale extra-alpina: Caucaso» della Sezione del C.A.I. di Torino; gruppo Bàlzola (con
programma di ascensione al Kazbek).
Periodo: 8-22 agosto 1965.
Componenti il gruppo: Luigi Bàlzola, Luisa Andreis, Carlo
Andreis, Franco De Benedetti, Agostino Rollino, Armando
Malerba, Osvaldo Massobra e Adolfo Giuntoli, tutti da Torino.
Bruno Barabino, Mauro Caligaris e Carlo Pedenovi, tutti da
Tortona. Silvio Borsetti da Domodossola, Tarcisio Tamburini
da Bologna, Renato Fabbri da Ferrara, Giovanni Gadola da
Brescia.
Ascensioni effettuate:

Punta Spartacus (4500 m);
Punta Urzuveri (4400 m) (Orwveri);
Kazbek (5047 m), tentativo interrotto per maltempo


Asia occidentale - CAUCASO
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