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In discesa raggiungiamo ancora la vetta
del Gumatchi (3809 m) prima di scendere al rifugio,
ove
siamo accolti dal sorriso di una graziosa componente
Véquipe glaciologica, che offre ad ognuno un
mazzolino di fiori. Con il rientro al Campo Elbrus le
accoglienze si fanno entusiastiche; esibito il biglietto
ritirato sulla vetta siamo fatti segno ad un triplice
hurrà!
da parte dei componenti il campo schierati per l'occasione
e insigniti del distintivo di «Alpinisti dell'Unione
Sovietica».
Dopo un giorno di riposo occupato in brevi escursioni
nei dintorni, rieccoci in movimento. Alle otto e
trenta su di un autocarro lasciamo il campo per l'avvicinamento
all'EIbrus. Lungo la valle di Baksan raggiungiamo Terskol
ai piedi del colosso.
La strada in terra battuta comincia ad inerpicarsi con
ripidi zig-zag, gli alberi scompaiono ben presto
ed i declivi erbosi si fanno vieppiù avari d'erba
e ricchi di sassi. Verso i 3200 metri la sede stradale
è sbarrata da un masso; unendo gli sforzi riusciamo
a farlo rotolare oltre il bordo, ma a quota 3500 la
strada è franata ed occorre rinunciare all'autocarro.
La carrozzabile termina nei pressi delle costruzioni
della stazione meteorologica a quota 3800 e da questopunto
in un'ora e quindici, lungo i giudiziosi pendii del
ghiacciaio, siamo al Rifugio degli Undici (quota4163).
L'EIbrus appare accomodante e apparentemente a portata
di mano. Dopo una nottata sonora,per la furia del vento,
il giorno di ferragosto si presenta limpido ma eccessivamente
ventilato. Partiamotardi (ore otto e trenta) per una
puntatina di accli matazione, ma proprio la mancanza
di difficoltà el'apparente vicinanza della vetta,
finiscono per giocare un brutto scherzo al nostro gruppetto
di punta.
Sopraffatti dall'entusiasmo gli alpinisti proseguono
per la vetta, ma sulla via del ritorno sono costretti
al
bivacco sul colle fra le due cime. Fortunatamente nel
pomeriggio il vento cessa e la temperatura più
mite,
permette loro di passare la notte all'addiaccio senza
conseguenze.
Al mattino del 16 mentre saliamo alla loro ricerca abbiamo
la sorpresa di vederli scendere in buone condizioni.
Incontro felice, ma di breve durata, i conti non tornano
ancora, manca un componente il gruppo,
che raggiunta la vetta è sceso per proprio conto
e non è stato rivisto. Ci dividiamo per la ricerca,
ma
solo sulla via del ritorno avremo notizie migliori.
Il solitario, passata la notte sul ghiacciaio, è
rientrato con i propri mezzi; nel frattempo gli amici
Bonis
e Mila raggiungendo la Cima Orientale dell'EIbrus completano
nel migliore dei modi il nostro programma. Il giorno
dopo, il tempo, decisamente compromesso, è anche
più esplicito nel sottolineare la fine
della nostra attività nel Caucaso.
Componenti: Giuseppe Bonis, Giuseppe Garimoldi, Mario
Fantin, Gianfranco Aliarla, Guido Franco,
Sandro Bonino, Gianfranco Origlia, Massimo Mila, Carlo
Marsaglia, Ennio Cristiano, Luciana Seymandi
(in Bonis), Carla Maverna, Irene Affentranger.
Risultati: Tcheghet Tau Tchana (4109 m - I3 ascensione
italiana); Vetta Innominata (3900 m, ca
- I3 ascensione italiana); Gumatchi (3809 m - I3 ascensione
italiana); Elbrus, Cima Ovest (5633 m - ripet.);
Elbrus, Cima Est (5595 m - ripet.) (Bibl. 17).
ALPINISTI TORTONESI
NEL CAUCASO CENTRALE (1965)
di BRUNO BARABINO
Tre soci della Sezione
del C.A.I. di Tortona, Carlo Pedenovi, Mauro Caligaris
e Bruno Barabino pre-
sidente della Sezione, hanno partecipato al viaggio
nella Catena del Caucaso organizzato dalla Sezione di
Torino, con il gruppo Bàlzola. La comitiva, partita
dall'aeroporto di Linate la mattina dell'otto agosto
1965, dopo un'interessante sosta a Varsavia, raggiunge
la capitale sovietica. Alloggiati in un immenso complesso
turistico, all'estrema periferia della città,
i quindici alpinisti del gruppo, dedicano due giornate
alle visite di rito ai più celebrati monumenti
della bel lissima metropoli.
Il giorno 11, con un velocissimo Tupolev, avviene il
trasferimento in Geòrgia. Viva emozione suscita
il sorvolo del fiume Don in chi visse, vent'anni or
sono la tragedia dell'Armir e si salvò miracolosamente
dalla terribile ritirata nella sconfinata steppa gelata.
Attraversato il lago di Tsinljanykoe, già all'altezza
del Mar d'Azov, si intravvedono l'enorme cupola
nevosa del Monte Elbrus e la gigantesca catena caucasica,
sorvolata troppo rapidamente sì che a mala
pena si può riconoscere a sud, il Kazbek, nostra
meta alpinistica.
La capitale della Geòrgia Tbilisi (Tiflis), immersa
in una lussureggiante vegetazione ci accoglie con più
di 40 gradi all'ombra mentre alla partenza da Mosca
il termometro non segnava più di 7-8 gradi. La
città,
splendida, ci incanta al punto di farci, in qualche
momento, dimenticare lo scopo per il quale abbiamo
attraversato tutta l'Europa. L'accoglienza, poi, dei
Georgiani è assai festosa; essi cercano di dimostrarci
in tutti i modi la loro simpatia e di distoglierci dai
nostri progetti alpinistici, per la cui realizzazione
non
era stato predisposto niente. Finalmente, grazie all'au
torevole intervento del Presidente del Club alpino
georgiano, Berdzenischvili, che da vero alpinista si
dimostrò con noi estremamente comprensivo, vinte
le
notevoli difficoltà burocratiche, fu possibile
organizzare la partenza verso il Kazbek, lontano da
Tbilisi
(Tiflis) oltre 200 chilometri.
Nel frattempo il presidente degli alpinisti georgiani
si mise in comunicazione con il Capo-guida a
Kazbegi e gli diede disposizioni per la formazione della
nostra carovana.
Il giorno 13 agosto, la comitiva, sopra un robusto autobus,
si avviava lungo la pittoresca, grande strada
militare transcaucasica e, superato il passo Krestovyi
(Pereval), scendendo sul versante del Mar Caspio,
raggiungeva Kazbegi, graziosa località a 1700
metri di altitudine alle falde della gigantesca mole
del Kazbek, sulla costa di un'enorme valle delimitata
da selvagge pareti brulle e dirute. La località
prende il nome dal maggior scrittore e poeta georgiano,
Alessandro Kazbegi il quale è inoltre ricordato
da un pregevole monumento sulla piazza del villaggio
e da un interessante museo sito nella casa natale.
Accolti con sin troppo entusiasmo dai montanari georgiani
e daghestani, prendiamo subito accordi con
il capo-guida Vahtanghi, che ci è presentato
come la massima autorità del luogo e la cui effigie
è già conservata al museo fra quelle dei
grandi caucasiani. Conscio della sua importanza e della
sua autorità, egli ci avverte subito che sulla
montagna dovremo eseguire i suoi ordini e che solo lui
deciderà chi potrà salireverso le vette.
La sua diffidenza giunge al punto di voler controllare
l'equipaggiamento di ognuno; eglimostra di non apprezzare
le suole vibram ma ammira incondizionatamente i nostri
duvet. L'esito piuttosto favorevole dell'esame lo rendono
più trattabile; le abbondanti libagioni con il
delizioso vino georgiano,gli innumerevoli brindisi ed
i cori alpini dei nostri cantori, completeranno l'opera
di disgelo...
Nella fredda alba del giorno 14, sopra un incredibile
autocarro, attraversiamo l'immensa valle per
raggiungere l'ultimo villaggio sulla montagna, costituito
da caratteristiche isbe che ci ricordano quelle
della steppa ucraina.
Attendiamo che arrivi la nostra impareggiabile guida;
quindi caricati gli equipaggiamenti sui robusti
cavalli forniti dal Koikoz locale, iniziamo una lunga,
faticosa marcia su enormi dossi erbosi, a cui seguono
interminabili morene e vasti ghiacciai.
Raggiungiamo, dopo circa 10 ore, un rifugio-osservatorio
a 3700 metri, situato in un grandioso circo
di vette nevose e rocciose. Qui, accolti con cortesia
da due giovani meteorologi, ci ristoriamo con bevande
calde.
Un vento furioso e gelido, che sembra voler scoperchiare
il nostro rifugio, ci fa ricordare la terribile
notte trascorsa dal compianto Ghiglione nella stessa
località, dentro un precario ricovero, nell'anno
1913 e da lui magistralmente descritta nella relazione
sull'ascensione al Kazbek.
Ci sistemiamo in due piccoli locali: i meno giovani
possono addirittura dormire, in due, su brande messe
a disposizione dai nostri gentili ospiti.
Il giorno 15 sostiamo per acclimatarci e per permettere
al nostro Vahtanghi di curare una non grave distorsione
ad una caviglia. Alle due del giorno 16 agosto siamo
tutti pronti; tira il solito vento impetuoso, ma la
notte è limpida e la luna luminosissima.
Il capo-guida decide, finalmente, che tutti gli alpinisti
potranno salire verso il Kazbek, anche la gentile signorina
Luisa Andreis, unica rappresentante femminile nella
nostra comitiva ed il nostro interprete-accompagnatore
Valerio Narimov, un simpatico caucasiano nato alle falde
dell'EIbrus, perfettamente equipaggiato da noi.
Vahtanghi ha evidentemente cambiato parere sul le capacità
degli Italiani.
Il cammino è perfettamente illuminato dalla luna.
Attraversati i punti più pericolosi per la caduta
di massi sulla ripida, disagevole costa morenica, saliamo
su un terreno assai infido sino a raggiungere il comodo
ghiacciaio inferiore che risaliamo lentamente ed alle
otto e trenta, raggiunto il crinale in pieno sole, stiamo
già risalendo i ripidi pendii nevosi verso la
cresta che divide l'antecima dalla vetta. Il vento è
aumentato di intensità ma a noi sembra ancora
possibile raggiungere la cresta sommitale. Improvvisamente
Vahtanghi si arresta e dichiara che per le condizioni
del tempo è assolutamente impossibile proseguire:
chiediamo che almeno i più esperti siano lasciati
proseguire; ma la guida georgiana è irremovibile.
Pertanto ridiscendiamo al colle e decidiamo di salire
la cima Spartacus di circa 4500 metri, già nei
nostri programmi. La vetta, di pessima roccia vulcanica
offre un raro spettacolo: la visione di buona parte
della catena centrale con i suoi picchi arditissimi.
Esauriti i soliti riti — la salita è pur sempre
una prima italiana — riprendiamo la via del ritorno.
Un gruppo di più giovani alpinisti fra cui il
nostro Pedenovi, sale un'altra bellissima vetta, la
Punta
Urzuveri (Orzuveri) di 4400 metri, per una interessante
cresta sempre con molto vento.
Alle due del pomeriggio siamo di nuovo all'osservatorio,
quasi tutti intenzionati a rimanere in quota
per ritentare la vetta del Kazbek, ma ci viene imposto
di scendere a valle. Di malumore, alle quindici,
salutati i gentili meteorologi, ricominciamo a scendere
ed alle venti raggiungiamo Kazbegi, esausti ed affamati.
Non c'è male; in un giorno 3300 metri di dislivello
in discesa e più di 1000 in salita.
Nell'albergo manca totalmente l'acqua; la notizia lascia
indifferenti molti...; c'è tanto vino georgiano
eccellente!
Il 17 agosto, visita all'interessante museo nella casa
natale del vate della Geòrgia; fra i cimeli una
bella
fotografia di Garibaldi. Quindi solenne pranzo ufficiale
a base di carne di montone con cipolle, paprika, rafano,
pepe e sale in quantità; premessa indispensabile
per gigantesche bevute, interminabili brindisi, fraternizzazione,
abbracci. Pochi resistono...
A sera, al colmo dell'euforia generale, la grande guida
Vahtanghi, profondamente commossa, consegna ad ognuno
di noi le insegne di «Alpinisti dell'URSS di 1°
categoria»: non siamo più considerati turisti
e
l'entusiasmo di tutti è al parossismo; una esuberante
turista russa suona e canta disperatamente «Le
notti di Mosca» accompagnata da un poderoso coro
internazionale in cui però... predominano le
voci dertonine. È persino ricomparsa l'acqua
nell'albergo, ma la notizia non commuove ormai nessuno.
18 agosto. Nella tarda mattinata giunge l'autobus che
ci riporterà a Tbilisi (Tiflis).
È finita la
breve avventura di quindici Italiani che accolti nell'URSS
come turisti, non avendo raggiunto la vetta del Monte
Kazbek, si ritrovarono alpinisti di 1' categoria! La
capitale della Geòrgia ci attende per premiarci
con lo splendido spettacolo dei Balletti di Stato; ma
questo è un altro discorso! (Bibl. 18).
DALL'ELBRUS,
CON GLI SCI AI PIEDI (1966)
da: TONI GOBBI - Dall'EIbrus con gli sci ai piedi, in
«Sci»,
n. 64, ottobre 1966.
Con la primavera del 1966 le «Settimane
nazionali sci-alpinistiche d'alta montagna» hanno
raggiunto il
loro 15° anno di attività.
Se un tale traguardo rappresentava già di per
sé un ambito premio per gli organizzatori, era
chiaro
però che si doveva solennizzarlo con la realizzazione
di una impresa sci-alpinistica che desse la riprova
del grado di maturità e di affinamento tecnico
cui è pervenuta gran parte dei 615 sciatori-alpinisti
italiani ed esteri che si sono avvicendati, dal 1951
ad oggi, nelle 88 «settimane» di cui si
inorgoglisce il libro d'oro delle settimane stesse.
Mica facile però trovare una meta degna! Ormai
tutti i massicci europei erano stati da noi esplorati
attraverso la realizzazione di ben diciassette differenti
programmi; la vetta di tutti i 4000 sciabili delle Alpi,
dell'Oberland e del Delfinato era stata raggiunta, le
più belle hautes-routes percorse e ripercorse,
anzi a volte scoperte ed inaugurate.
Era giunto il momento, per non dire la necessità,
di buttar l'occhio fuori dalle nostre montagne e di
provare un po' a vedere come si scia al di sopra delle
altitudini cui siamo (si fa per dire) costretti, visto
che qui attorno più in alto dei 4810 metri del
M. Bianco non si può arrivare.
Caucaso? Caucaso! Elbrus? Elbrus! 5633 metri?
è proprio quel che cercavamo per i nostri sci!
Così viene posta in programma la Bisettimana
sci-alpinistica nel Caucaso riservata agli sciatori-alpinisti
d'alta montagna che avessero già realizzato con
noi almeno tre settimane; posti disponibili 12; quota
di partecipazione 400.000 lire. Nonostante tutte queste
restrizioni, dobbiamo a malincuore dire di no a molti
pretendenti!
Il mattino del 23 giugno vede radunati all'aero porto
di Linate le tre guide-sciatore che inquadrano la comitiva
— Toni Gobbi e Renato Petigax di Courmayeur, Giorgio
Colli di Champoluc — nonché i tredici partecipanti:
di Milano la signora Irene Bozzi, la signorina Camilla
Turati, Aldo Cosmacini, Giandomenico Ganassini; di Vicenza
la signorina Adriana Valdo, Umberto Caprara, Walter
De Stavola; di Broscia, Andre Petitpierre; di Venezia,
Giorgio Franceschi; di Bologna, Ferdinando Rozzi; di
Torino, Giulio Azzardi; di Genova, Elio Ghighione; di
Novara, Augusto Bianchi.
Sono tutti elementi di pieno affidamento tecnico che
han corso con gli sci, sui fianchi di un po' tutte le
montagne più remunerative — ma anche più
impegnative — d'Europa: c'è fra di loro chi ha
già realizzato sedici-diciassette settimane,
la media ne vanta almeno sette o otto, la matricola
ne ha al proprio
attivo solo quattro. Ciò è certezza di
reciproco affiatamento nonché di una comune visione
tecnica ed interpretativa dell'attività sci-alpinistica
d'alta montagna.
L'aereo si invola da Milano poco prima di mezzo giorno
e ci deposita sull'imbrunire a Mosca; il giorno successivo
ancora in aereo da Mosca a Mineralnye.
Denominazione: «Spedizione
sociale extra-alpina: Caucaso» della Sezione
del C.A.I. di Torino; gruppo
Bàlzola (con
programma di ascensione al Kazbek).
Periodo: 8-22 agosto 1965.
Componenti il gruppo: Luigi Bàlzola, Luisa Andreis,
Carlo
Andreis, Franco De Benedetti, Agostino Rollino, Armando
Malerba, Osvaldo Massobra e Adolfo Giuntoli, tutti da
Torino.
Bruno Barabino, Mauro Caligaris
e Carlo Pedenovi, tutti da
Tortona. Silvio Borsetti
da Domodossola, Tarcisio Tamburini
da Bologna, Renato Fabbri da Ferrara, Giovanni Gadola
da
Brescia.
Ascensioni effettuate:
Punta Spartacus (4500 m);
Punta Urzuveri (4400 m) (Orwveri);
Kazbek (5047 m), tentativo interrotto per maltempo
Asia occidentale - CAUCASO
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