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E alla fine, quando
fui equipaggiato, risultò che di mio addosso
avevo soltanto... le mutande!
Partimmo la sera del 2 marzo 1957 da Città del
Messico per Amecameca, con l'auto di Proi, e ci fermammo
a mangiare e a pernottare in un mothel oltre Amecameca
e oltre il bivio per Tlamacas.
Ad Amecameca c'era la fiera del paese!
Alle sei e mezza del 3 marzo, partiamo per Tlamacas
nel «Popopark» e, dopo aver valicato il
Paso Cortes arriviamo presto a Tlamacas (3882 m) ed
entriamo nel grosso fabbricato governativo rifugio-casa
forestale, dove son sempre accesi i due caminetti a
riscaldare una decina di persone che hanno dormito la
notte, o per terra o su rustiche poltrone di legno.
Alle sette e mezza partiamo a piedi per la mulattiera
e, alle dieci siamo a Las Cruces (4270 m).
Dopo quindici minuti siamo sul nevaio del versante est
e, ramponi ai piedi, saliamo. All'altezza del bivacco
fìsso, Beltramini, poco allenato, non ce la fa
più e si ferma ad attenderci. Alle quattordici
e venti Proi ed io siamo sul Labio Inferior del cratere
(5197 m) in una puzza di zolfo che toglie il fiato.
Anche Proi è un po' scoppiato, mentre io, che
fortunatamente mi sento bene, tiro la corda per aiutare
il compagno a camminare un po' svelto. Contorniamo il
cratere verso nord e, alle quindici e trenta siamo sul
Labio Superior (5452 m) dove son piantate croci e statue
di Cristo. Alle quindici e quaranta divalliamo per la
stessa strada ed arriviamo a Tlamacas alle diciotto
e trenta, tutti e tre.
Ritorniamo quindi in auto, per essere a Città
del Messico alle ventidue, dopo aver lasciato gli amici
a Los Reyes e aver preso una delle molte corriere dirette
alla capitale.
Il mio compagno Proi, mi disse d'aver salito tre volte
il Popò, una volta il Pico de Orizaba e altre
montagne meno importanti nel Messico(Bibl. 5).
«VIENTO BIANCO»
AL CITLALTEPETL
di BRUNO UGGERI
MESSICO 1957-58. Componenti: Vincenzo Perruchon, guida
alpina; Bruno Uggeri.
Giungiamo a Città del Messico negli ultimi giorni
del dicembre 1957 con un piccolo bagaglio di venti chili
a testa e, quel che è peggio, con poco tempo
a disposizione. Ci mettiamo subito in contatto con i
soci del Club de Montanismo Espana, che con molta cordialità
ci accolgono nella loro bella sede. Stringiamo tosto
amicizia con l'ottimo Carlos Mayo, un simpatico studente
di ingegneria, forte scalatore e buon conoscitore dei
monti messicani, che si mette a nostra disposizione
con la jeep del Club rendendoci facile la soluzione
dei vari problemi.
Passata la festività di Capodanno, ci mettiamo
subito in moto. In compagnia di Mayo e di un altro scalatore
del Club Espana, Siegrist, giungiamo la seraa Paso Cortes.
Trascorriamo la notte nella casa dei guardiani del parco
nazionale ed alle due della notte,con tempo bello, ci
poniamo in cammino. Al levar del sole siamo al ghiacciaio
del Ventorrillo, ove fac ciamo sosta (salita al Popocatepeti).
Lo attraversiamo dapprima obliquamente verso ovest superando
una zona crepacciata; obliquando sempre verso ovest,
con salita molto ripida, contorniamo a monte una zona
rocciosa con imponenti
torri e raggiungiamo il ghiacciaio posto sul versante
nord ovest. Risaliamo questo ghiacciaio direttamente
in dirczione del Pico Mayor che si trova sopra di noi.
Il ghiacciaio presenta zone di ghiaccio scoperto durissimo,
con tratti di pendìo oltre i 50°.
Sono alla mia prima esperienza sopra i 5000 metri; manco
anche, data la stagione, di un serio allenamento.
La ripida salita mi costa una fatica immensa. Perruchon
conduce con grande abilità la salita in ghiaccio
fra l'ammirazione dei due Messicani. Però, privo
anche lui di acclimatamento, giunto a circa 200 metri
dalla vetta è stremato: è preso da vomito,
cefalea e non se la sente più di procedere. Fortunatamente
le difficoltà sono finite ed il pendìo
si addolcisce. Passano in testa Mayo e Siegrist che
sono invece perfettamente acclimatati ed in ottime condizioni
fisiche. Noi proseguiamo come allucinati ed i compagni
ci debbono aiutare per giungere in vetta, ove arriviamo
alle dodici. Possiamo appena ammirare l'immenso panorama
del Messico.
Ci avvolgono tosto pestifere fumate sulfuree provenienti
dal sottostante cratere che in quei giorni presenta
attività insolita. Sofferenti per la quota e
stremati dalla fatica, crediamo di soffocare. Si leva
fortunatamente un forte vento che devia le fumate sulfuree,
ma tosto ci avvolge la nebbia. Scendiamo seguendo il
bordo del cratere per la facile e noiosa via normale
affondando nella cenere. Scendendo di quota rapidamente
riacquistiamo le forze. Dal punto più basso del
bordo del cratere compiamo un tentativo di calata nel
cratere stesso, ma tosto abbandoniamo l'impresa per
le fumarole sulfuree che stanno sotto di noi ed anche
perché occorrerebbe materiale per attrezzare
la via. Oltrepassato il luogo chiamato Las Cruces, incontriamo
un folto gruppo di alpinisti messicani venutici incontro
per festeggiare la nostra salita.
Nella casa dei guardiani del parco inizia quindi una
sarabanda a base di «tequila» con sale,
«chilada» ed altri cibi che noi potremmo
usare solo come revulsivi.
In nostro onore si stura un fiasco di Chianti e si canta
all'alpina. Noi siamo stanchi e sulla jeep di Mayo ce
ne fuggiamo, mentre la festa continua indisturbata.
Fu questa l'unica salita che portammo a termine nella
nostra breve e sfortunatissima campagna messicana. Gli
amici messicani ci assicurarono, a nostra consolazione,
che era la prima volta che veniva compiuta la salita
direttamente al Picco Mayor dal ghiacciaio di nord ovest.
Da quel giorno siamo perseguitati da un periodo di maltempo
eccezionale per la regione, con nevicate che raggiungono
anche Città del Messico dove la neve era quasi
sconosciuta.
Dopo due giorni ritorniamo a Paso Cortes e compiamo
due tentativi di salita all'lxtaccihuati che vengono
respinti da bufere con tempeste elettriche paurose e
nevicate impressionanti. Con un successivo tentativo
giungiamo al Portillo e trascorriamo la notte nel bivacco
Repubblica de Chile a quota 4700, mentre imperversa
un'altra bufera. Il mattino tardi riprendiamo la salita
con nebbia e vento forti. Giunti alla prima vetta chiamata
Las Rodillas (5000 m) rico mincia a nevicare, mentre
il vento cresce di violenza.
Procediamo per la cresta in dirczione est ovest verso
la parte culminante che ci è però nascosta
dalla nebbia, ma la bufera diviene violenta con vento
a raffiche impetuose che rischiano di buttarci a terra,
tra un susseguirsi di scariche elettriche; dappertutto
si sente fruscio elettrico. Decidiamo di ritornare ed
accecati dalla tormenta in un impressionante crescendo,
sotto la costante minaccia del fulmine duriamo molta
fatica a ritrovare il rifugio. Sotto una pesante nevicata,
tra il continuo pericolo di slavine, raggiungiamola
stazione televisiva presso Paso Cortes dove veniamo
gentilmente ospitati e rifocillati.
Il tempo che ci rimane è ormai brevissimo perché
il 20 gennaio mi attendono indilazionabili impegni professionali.
Abbandoniamo l'ixtaccihuati carico di neve sperando
miglior fortuna al Pico de Orizaba. Attraverso Puebia
ci rechiamo al piccolo villaggio di Chalchicomula ove,
preavvisato da Mayo, ci incontriamo con Crisoforo Jimenez,
un indio il quale ci esibisce, con nostra sorpresa,
quello che da noi sarebbe un libretto da guida ove erano
segnate le ascen sioni al vulcano da lui compiute con
alpinisti di tutte le parti del mondo ed un certificato
della polizia che attesta delle sue capacità
alpinistiche e soprattutto della sua provata serietà.
Questa ultima circostanza ci fa particolarmente piacere
poiché nella regione abbondava allora, gente
senza scrupoli che compiva reati di ogni genere.
Jimenez ha preparato gli asini e con altri due indios
ci accompagna in una lunga e scomoda cavalcata per piste
di una intricatissima foresta, attraverso il Paso de
Sierra Negra ai piedi della parete sud del gigantesco
cono vulcanico del Pico de Orizaba. Quivi esiste una
grande caverna naturale, a quota circa 3500, dove giungiamo
al calar della notte. In questa vasta caverna, che porta
il tetro nome di Cueva del Muerto, ci sistemiamo accendendo
un ampio fuoco all'ingresso per riscaldarci e per tenere
lontano gli animali. La notte è illuminata dai
lampi di un violentissimo temporale: neve, vento e freddo
intenso. Bisogna ricoverare nella caverna anche gli
asini. La caverna è vasta ma siamo decisamente
in troppi. Gli asini, animali per solito docili, danno
segni di forte inquietudine perché pare si aggirino
dei puma nelle vicinanze, defecano ed urinano con una
frequenza ed una dovizia sconcertanti. Tra gli zoccoli
e gli escrementi degli asini la notte è per noi
infernale. I tre indios dormono come angeli, incuranti
del pericolo degli zoccoli asinini, riscaldati dal tepore
dei loro liquidi. Il mattino la bufera è cessata,
ma il cielo rimane coperto ed in terra vi sono venti
centimetri di neve fresca.
Cominciamo tardi la salita seguendo il dorso di un'enorme
colata lavica su terreno sconnesso, faticoso, alternandoci
a batter pista. Verso le sedici giungiamo ad un colletto
chiamato El Cargadero, tra grandi spuntoni di rocce
basaltiche a quota 4700.
Sopra di noi il monte è coperto da una grande
cappa nera, soffia vento molto freddo e ricomincia a
nevicare. Jimenez, che in tutto il tragitto non ha detto
una parola, indicando la nera cupola ci dice: «ventisca!
ventisca!» e fa segno verso la discesa.
Mayo ci dice che bisogna affrettarsi
a rifugiarci nella caverna perché sta scatenandosi
una nuova bufera. Noi siamo agli ultimi giorni della
nostra permanenza in Messico e non abbiamo possibilità
di compiere altri tentativi. Scegliamo un angolo che
ci sembra riparato fra due roccioni e montiamo la nostra
fragile tendina, decisi a passare lì la notte,
sperando che un miglioramento del tempo ci permetta
di raggiungere la vetta il giorno seguente. Ci sentiamo
allenati ed acclimatati e non vogliamo perdere questa
ultima possibilità. Mayo tenta di dissuaderci,
con Jimenez si dispone anch'egli a scendere. Jimenez
come saluto ci dice: «Manana helados!».
Noi con incrollabile ottimismo rispondiamo: «Manana
cumbre!». Si scatena una bufera di violenza veramente
paurosa: la tenda è illuminata da continui lampi;
il vento minaccia ad ogni momento di strappare il nostro
fragile riparo, mentre il freddo si fa intollerabile.
Continuiamo per tutta la notte a massaggiarci a vicenda
gli arti che si intorpidiscono. Il presagio di Jimenez
ci torna continuamente alla mente, mentre la situazione
pare si faccia veramente tragica. Il vento accumula
neve nel nostro angolo e seppellisce la tenda che, sotto
il peso, minaccia di crollare. La puntelliamo con le
piccozze come possiamo. Dobbiamo però probabilmente
a questa circostanza la nostra salvezza poiche' lo strato
nevoso ci ripara dal terribile vento. Il mattino la
bufera si placa, ma nella nostra bianca sepoltura non
giunge mai la luce. Come marmotte in primavera, usciamo
carponi dalla gelida tana perforando la neve verso un
mondo di ghiaccio e di nebbia. Siamo intirizziti e con
grande fatica muoviamo i primi passi. Ben presto riprendiamo
il normale uso delle gambe e con il movimento riusciamo
a riscaldarci mentre la temperatura permane bassissima.
Sopra di noi la vetta è sempre nascosta da una
nera cappa minacciosa. Decidiamo di compiere un estremo
tentativo nonostante il tempo e la neve fresca. Una
cresta rocciosa solca la parete in dirczione della cima.
Ci avventuriamo lungo di essa; dapprima saliamo con
gran fatica, poi con sforzo sempre minore. Dopo un'ora
saliamo rapidamente, quasi con leggerezza, nonostante
la quota e la nottaccia trascorsa. Le fatiche compiute
e l'acclimatamento cominciano a dare i loro frutti:
ci sentiamo in condizioni perfette e risorge in noi
la speranza. Se il tempo ci concede qualche ora di tregua,
arriveremo in vetta. Percorriamo la lunga cresta che
ad un certo punto si appiana in un colletto e si perde
nella parete, che presenta un'inclinazione di circa
30 gradi ma dove la neve ci arriva al ginocchio. Con
ostinazione continuiamo a salire afiondando pesantemente,
ma la cupola nera si abbassa sempre più; riprende
a nevicare ed a somare vento, mentre sopra di noi scoppia
il tuono. Se ci lasciamo sorprendere dalla bufera su
quella parete non sapremo certo più ritrovare
la via del ritorno. Guardo l'altimetro: segna 5500 metri.
Siamo a soli 200 metri dalla vetta. Ci guardiamo in
viso e,senza una parola,ci affrettiamo a scendere per
riprendere la cresta che ci riporti alla tenda finché
c'è un po' di visibilità. Poco dopo siamo
di nuovo nella tormenta e fatichiamo non poco a ripercorrere
la cresta. Con i duvet incrostati di ghiaccio ritorniamo
al nostro piccolo campo dove troviamo Mayo ed Jimenez
che, interdetti, stanno guardando la tenda vuota.
Vedendoci spuntare, Mayo lancia un grido di gioia e
ci abbraccia con effusione. Questa volta anche l'impassibile
viso olivastro di Jimenez è mosso da un inconsueto
sorriso, mentre gli occhi esprimono gioia.
Con infinita tristezza smontiamo la tenda dove abbiamo
passato la terribile notte e ritorniamo alla Cueva del
Muerto dove ci attendono gli asini. L'avventura tanto
sognata è finita, naufragata sotto la sferza
della tormenta e già il pensiero ritorna alle
pastoie della vita quotidiana che ci attendono.
Dopo due giorni, dall'aereo che ci riporta in patria,
nell'azzurro del cielo terso, vediamo brillare i ghiacciai
dell'lxtaccihuati e del Popocatepeti che paiono irriderci
(Bibl. 6).
CENTO ORE PER
VINCERE
LA TRIADE DEI COLOSSI MESSICANI
da: MARIO FANTIN - Messico, in «ISMM» 1967,
pag. 167
Nell'ottobre del 1963, Mario Fantin
ha tenuto un nutrito scambio di corrispondenza con la
Federacion Nacional de Excursionismo del Messico e con
la locale Escuela de Montana in vista della realizzazione
di una rapida spedizione 'su quelle montagne, da realizzare
in nome della Sezione di Bologna del C.A.I., per celebrare
il Centenario del Club Alpino Italiano.
La data di partenza vien fissata per il 1° novembre
dello stesso 1963, con un volo inaugurale della SAS,
la compagnia aerea scandinava. A metà ottobre
Fantin riceve l'incarico di realizzare un film sul Cervino,
per il centenario di quella scalata e si reca a Valtournanche,
compie le riprese sulla montagna e, ad un cambiamento
in peggio del tempo, coincidente con le votazioni della
regione che obbliga anche le guide a scendere, Fantin
si precipita a Bologna, chiude i bagagli e parte per
il Messico senza aver quasi neppure il tempo per cambiarsi
d'abito. Breve telefonata al suo giungere in Messico,
a Raul Sanchez Lopez, che dirige la scuola d'alpinismo
e che non ha ricevuto il telegramma preannunciante l'arrivo.
In poche ore, tutto viene ugualmente «imbastito»
dai due amici messicani, Raul Sanchez e Jorge Rodea,
un giornalista che appartiene al soccorso alpino di
quella città: si scopre così che almeno
300 club in Messico (talvolta con soli dieci soci! )
frequentano la montagna con escursioni o con ascensioni.
La sera del 5 novembre i tré amici raggiungono
con un'auto da pionieri del Far West il già noto
«rancho» di Tlamacas (3882 m) e pernottano
nelle accoglienti cuccette di legno. Una giornata piena
di sole e l'aria balsamica hanno immediatamente ambientato
anche l'Italiano che scatta fotografie come se fosse
impazzito; gli sembra cosa irreale aver raggiunto quei
luoghi per tanto tempo sognati a tavolino, sugli atlanti!
Nel pomeriggio del 6, i tré muovono lentamente
e raggiungono il bivacco fisso, sorto da poco tempo,
al Ventorrillo, una costruzione metallica a «mezza
botte», come i nostri bivacchi delle Alpi. Il
bivacco, che prende il nome di Teopixcalco ha un'altezza
di 4930 metri. Malgrado la quota, il riposo è
perfetto. Quando al mattino, è buio ancora, gli
alpinisti escono dal ricovero, la cresta di Nexpayantla
percorsa alla sera si indovina appena, mentre chiaro
appare il pendìo delle «grietas»
(= crepacci) che sta di fronte, per salire il Popocatepetl.
La neve è crostosa in superficie e farinosa sotto:
tipico risultato di fusione per temperatura alta, seguita
da brusco raffreddamento successivo. Nulla di peggio
poiché la crosta si rompe sotto.
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