CLUB ALPINO ITALIANO SEZ. DI TORTONA
"GABRIELE BOCCALATTE"

VIA TRENTO,31 C/o Palestra F.Coppi - 15057 TORTONA - (AL)      Tel. O131820778
CASELLA POSTALE 53  e-mail: info@caitortona.net

APERTURA: GIOVEDI'   21,00 - 23,00

 



 

 

E alla fine, quando fui equipaggiato, risultò che di mio addosso avevo soltanto... le mutande!
Partimmo la sera del 2 marzo 1957 da Città del Messico per Amecameca, con l'auto di Proi, e ci fermammo a mangiare e a pernottare in un mothel oltre Amecameca e oltre il bivio per Tlamacas.

Ad Amecameca c'era la fiera del paese! Alle sei e mezza del 3 marzo, partiamo per Tlamacas nel «Popopark» e, dopo aver valicato il Paso Cortes arriviamo presto a Tlamacas (3882 m) ed entriamo nel grosso fabbricato governativo rifugio-casa forestale, dove son sempre accesi i due caminetti a riscaldare una decina di persone che hanno dormito la notte, o per terra o su rustiche poltrone di legno.
Alle sette e mezza partiamo a piedi per la mulattiera e, alle dieci siamo a Las Cruces (4270 m).
Dopo quindici minuti siamo sul nevaio del versante est e, ramponi ai piedi, saliamo. All'altezza del bivacco fìsso, Beltramini, poco allenato, non ce la fa più e si ferma ad attenderci. Alle quattordici e venti Proi ed io siamo sul Labio Inferior del cratere (5197 m) in una puzza di zolfo che toglie il fiato. Anche Proi è un po' scoppiato, mentre io, che fortunatamente mi sento bene, tiro la corda per aiutare il compagno a camminare un po' svelto. Contorniamo il cratere verso nord e, alle quindici e trenta siamo sul Labio Superior (5452 m) dove son piantate croci e statue di Cristo. Alle quindici e quaranta divalliamo per la stessa strada ed arriviamo a Tlamacas alle diciotto e trenta, tutti e tre.
Ritorniamo quindi in auto, per essere a Città del Messico alle ventidue, dopo aver lasciato gli amici a Los Reyes e aver preso una delle molte corriere dirette alla capitale.
Il mio compagno Proi, mi disse d'aver salito tre volte il Popò, una volta il Pico de Orizaba e altre montagne meno importanti nel Messico(Bibl. 5).

«VIENTO BIANCO» AL CITLALTEPETL
di BRUNO UGGERI

MESSICO 1957-58. Componenti: Vincenzo Perruchon, guida alpina; Bruno Uggeri.
Giungiamo a Città del Messico negli ultimi giorni del dicembre 1957 con un piccolo bagaglio di venti chili a testa e, quel che è peggio, con poco tempo a disposizione. Ci mettiamo subito in contatto con i soci del Club de Montanismo Espana, che con molta cordialità ci accolgono nella loro bella sede. Stringiamo tosto amicizia con l'ottimo Carlos Mayo, un simpatico studente di ingegneria, forte scalatore e buon conoscitore dei monti messicani, che si mette a nostra disposizione con la jeep del Club rendendoci facile la soluzione dei vari problemi.
Passata la festività di Capodanno, ci mettiamo subito in moto. In compagnia di Mayo e di un altro scalatore del Club Espana, Siegrist, giungiamo la seraa Paso Cortes. Trascorriamo la notte nella casa dei guardiani del parco nazionale ed alle due della notte,con tempo bello, ci poniamo in cammino. Al levar del sole siamo al ghiacciaio del Ventorrillo, ove fac ciamo sosta (salita al Popocatepeti).
Lo attraversiamo dapprima obliquamente verso ovest superando una zona crepacciata; obliquando sempre verso ovest, con salita molto ripida, contorniamo a monte una zona rocciosa con imponenti
torri e raggiungiamo il ghiacciaio posto sul versante nord ovest. Risaliamo questo ghiacciaio direttamente in dirczione del Pico Mayor che si trova sopra di noi.
Il ghiacciaio presenta zone di ghiaccio scoperto durissimo, con tratti di pendìo oltre i 50°.
Sono alla mia prima esperienza sopra i 5000 metri; manco anche, data la stagione, di un serio allenamento.
La ripida salita mi costa una fatica immensa. Perruchon conduce con grande abilità la salita in ghiaccio fra l'ammirazione dei due Messicani. Però, privo anche lui di acclimatamento, giunto a circa 200 metri dalla vetta è stremato: è preso da vomito, cefalea e non se la sente più di procedere. Fortunatamente le difficoltà sono finite ed il pendìo si addolcisce. Passano in testa Mayo e Siegrist che sono invece perfettamente acclimatati ed in ottime condizioni fisiche. Noi proseguiamo come allucinati ed i compagni ci debbono aiutare per giungere in vetta, ove arriviamo alle dodici. Possiamo appena ammirare l'immenso panorama del Messico.
Ci avvolgono tosto pestifere fumate sulfuree provenienti dal sottostante cratere che in quei giorni presenta attività insolita. Sofferenti per la quota e stremati dalla fatica, crediamo di soffocare. Si leva fortunatamente un forte vento che devia le fumate sulfuree, ma tosto ci avvolge la nebbia. Scendiamo seguendo il bordo del cratere per la facile e noiosa via normale affondando nella cenere. Scendendo di quota rapidamente riacquistiamo le forze. Dal punto più basso del bordo del cratere compiamo un tentativo di calata nel cratere stesso, ma tosto abbandoniamo l'impresa per le fumarole sulfuree che stanno sotto di noi ed anche perché occorrerebbe materiale per attrezzare la via. Oltrepassato il luogo chiamato Las Cruces, incontriamo un folto gruppo di alpinisti messicani venutici incontro per festeggiare la nostra salita.
Nella casa dei guardiani del parco inizia quindi una sarabanda a base di «tequila» con sale, «chilada» ed altri cibi che noi potremmo usare solo come revulsivi.
In nostro onore si stura un fiasco di Chianti e si canta all'alpina. Noi siamo stanchi e sulla jeep di Mayo ce ne fuggiamo, mentre la festa continua indisturbata.
Fu questa l'unica salita che portammo a termine nella nostra breve e sfortunatissima campagna messicana. Gli amici messicani ci assicurarono, a nostra consolazione, che era la prima volta che veniva compiuta la salita direttamente al Picco Mayor dal ghiacciaio di nord ovest.
Da quel giorno siamo perseguitati da un periodo di maltempo eccezionale per la regione, con nevicate che raggiungono anche Città del Messico dove la neve era quasi sconosciuta.
Dopo due giorni ritorniamo a Paso Cortes e compiamo due tentativi di salita all'lxtaccihuati che vengono respinti da bufere con tempeste elettriche paurose e nevicate impressionanti. Con un successivo tentativo giungiamo al Portillo e trascorriamo la notte nel bivacco Repubblica de Chile a quota 4700, mentre imperversa un'altra bufera. Il mattino tardi riprendiamo la salita con nebbia e vento forti. Giunti alla prima vetta chiamata Las Rodillas (5000 m) rico mincia a nevicare, mentre il vento cresce di violenza.
Procediamo per la cresta in dirczione est ovest verso la parte culminante che ci è però nascosta dalla nebbia, ma la bufera diviene violenta con vento a raffiche impetuose che rischiano di buttarci a terra, tra un susseguirsi di scariche elettriche; dappertutto si sente fruscio elettrico. Decidiamo di ritornare ed accecati dalla tormenta in un impressionante crescendo, sotto la costante minaccia del fulmine duriamo molta fatica a ritrovare il rifugio. Sotto una pesante nevicata, tra il continuo pericolo di slavine, raggiungiamola stazione televisiva presso Paso Cortes dove veniamo gentilmente ospitati e rifocillati.
Il tempo che ci rimane è ormai brevissimo perché il 20 gennaio mi attendono indilazionabili impegni professionali. Abbandoniamo l'ixtaccihuati carico di neve sperando miglior fortuna al Pico de Orizaba. Attraverso Puebia ci rechiamo al piccolo villaggio di Chalchicomula ove, preavvisato da Mayo, ci incontriamo con Crisoforo Jimenez, un indio il quale ci esibisce, con nostra sorpresa, quello che da noi sarebbe un libretto da guida ove erano segnate le ascen sioni al vulcano da lui compiute con alpinisti di tutte le parti del mondo ed un certificato della polizia che attesta delle sue capacità alpinistiche e soprattutto della sua provata serietà. Questa ultima circostanza ci fa particolarmente piacere poiché nella regione abbondava allora, gente senza scrupoli che compiva reati di ogni genere.
Jimenez ha preparato gli asini e con altri due indios ci accompagna in una lunga e scomoda cavalcata per piste di una intricatissima foresta, attraverso il Paso de Sierra Negra ai piedi della parete sud del gigantesco cono vulcanico del Pico de Orizaba. Quivi esiste una grande caverna naturale, a quota circa 3500, dove giungiamo al calar della notte. In questa vasta caverna, che porta il tetro nome di Cueva del Muerto, ci sistemiamo accendendo un ampio fuoco all'ingresso per riscaldarci e per tenere lontano gli animali. La notte è illuminata dai lampi di un violentissimo temporale: neve, vento e freddo intenso. Bisogna ricoverare nella caverna anche gli asini. La caverna è vasta ma siamo decisamente in troppi. Gli asini, animali per solito docili, danno segni di forte inquietudine perché pare si aggirino dei puma nelle vicinanze, defecano ed urinano con una frequenza ed una dovizia sconcertanti. Tra gli zoccoli e gli escrementi degli asini la notte è per noi infernale. I tre indios dormono come angeli, incuranti del pericolo degli zoccoli asinini, riscaldati dal tepore dei loro liquidi. Il mattino la bufera è cessata, ma il cielo rimane coperto ed in terra vi sono venti centimetri di neve fresca.
Cominciamo tardi la salita seguendo il dorso di un'enorme colata lavica su terreno sconnesso, faticoso, alternandoci a batter pista. Verso le sedici giungiamo ad un colletto chiamato El Cargadero, tra grandi spuntoni di rocce basaltiche a quota 4700.
Sopra di noi il monte è coperto da una grande cappa nera, soffia vento molto freddo e ricomincia a nevicare. Jimenez, che in tutto il tragitto non ha detto una parola, indicando la nera cupola ci dice: «ventisca! ventisca!» e fa segno verso la discesa.

Mayo ci dice che bisogna affrettarsi a rifugiarci nella caverna perché sta scatenandosi una nuova bufera. Noi siamo agli ultimi giorni della nostra permanenza in Messico e non abbiamo possibilità di compiere altri tentativi. Scegliamo un angolo che ci sembra riparato fra due roccioni e montiamo la nostra fragile tendina, decisi a passare lì la notte, sperando che un miglioramento del tempo ci permetta di raggiungere la vetta il giorno seguente. Ci sentiamo allenati ed acclimatati e non vogliamo perdere questa ultima possibilità. Mayo tenta di dissuaderci, con Jimenez si dispone anch'egli a scendere. Jimenez come saluto ci dice: «Manana helados!». Noi con incrollabile ottimismo rispondiamo: «Manana cumbre!». Si scatena una bufera di violenza veramente paurosa: la tenda è illuminata da continui lampi; il vento minaccia ad ogni momento di strappare il nostro fragile riparo, mentre il freddo si fa intollerabile.
Continuiamo per tutta la notte a massaggiarci a vicenda gli arti che si intorpidiscono. Il presagio di Jimenez ci torna continuamente alla mente, mentre la situazione pare si faccia veramente tragica. Il vento accumula neve nel nostro angolo e seppellisce la tenda che, sotto il peso, minaccia di crollare. La puntelliamo con le piccozze come possiamo. Dobbiamo però probabilmente a questa circostanza la nostra salvezza poiche' lo strato nevoso ci ripara dal terribile vento. Il mattino la bufera si placa, ma nella nostra bianca sepoltura non giunge mai la luce. Come marmotte in primavera, usciamo carponi dalla gelida tana perforando la neve verso un mondo di ghiaccio e di nebbia. Siamo intirizziti e con grande fatica muoviamo i primi passi. Ben presto riprendiamo il normale uso delle gambe e con il movimento riusciamo a riscaldarci mentre la temperatura permane bassissima. Sopra di noi la vetta è sempre nascosta da una nera cappa minacciosa. Decidiamo di compiere un estremo tentativo nonostante il tempo e la neve fresca. Una cresta rocciosa solca la parete in dirczione della cima. Ci avventuriamo lungo di essa; dapprima saliamo con gran fatica, poi con sforzo sempre minore. Dopo un'ora saliamo rapidamente, quasi con leggerezza, nonostante la quota e la nottaccia trascorsa. Le fatiche compiute e l'acclimatamento cominciano a dare i loro frutti: ci sentiamo in condizioni perfette e risorge in noi la speranza. Se il tempo ci concede qualche ora di tregua, arriveremo in vetta. Percorriamo la lunga cresta che ad un certo punto si appiana in un colletto e si perde nella parete, che presenta un'inclinazione di circa 30 gradi ma dove la neve ci arriva al ginocchio. Con ostinazione continuiamo a salire afiondando pesantemente, ma la cupola nera si abbassa sempre più; riprende a nevicare ed a somare vento, mentre sopra di noi scoppia il tuono. Se ci lasciamo sorprendere dalla bufera su quella parete non sapremo certo più ritrovare la via del ritorno. Guardo l'altimetro: segna 5500 metri. Siamo a soli 200 metri dalla vetta. Ci guardiamo in viso e,senza una parola,ci affrettiamo a scendere per riprendere la cresta che ci riporti alla tenda finché c'è un po' di visibilità. Poco dopo siamo di nuovo nella tormenta e fatichiamo non poco a ripercorrere la cresta. Con i duvet incrostati di ghiaccio ritorniamo al nostro piccolo campo dove troviamo Mayo ed Jimenez che, interdetti, stanno guardando la tenda vuota.
Vedendoci spuntare, Mayo lancia un grido di gioia e ci abbraccia con effusione. Questa volta anche l'impassibile viso olivastro di Jimenez è mosso da un inconsueto sorriso, mentre gli occhi esprimono gioia.
Con infinita tristezza smontiamo la tenda dove abbiamo passato la terribile notte e ritorniamo alla Cueva del Muerto dove ci attendono gli asini. L'avventura tanto sognata è finita, naufragata sotto la sferza della tormenta e già il pensiero ritorna alle pastoie della vita quotidiana che ci attendono.
Dopo due giorni, dall'aereo che ci riporta in patria, nell'azzurro del cielo terso, vediamo brillare i ghiacciai dell'lxtaccihuati e del Popocatepeti che paiono irriderci (Bibl. 6).

CENTO ORE PER VINCERE
LA TRIADE DEI COLOSSI MESSICANI
da: MARIO FANTIN - Messico, in «ISMM» 1967, pag. 167

Nell'ottobre del 1963, Mario Fantin ha tenuto un nutrito scambio di corrispondenza con la Federacion Nacional de Excursionismo del Messico e con la locale Escuela de Montana in vista della realizzazione di una rapida spedizione 'su quelle montagne, da realizzare in nome della Sezione di Bologna del C.A.I., per celebrare il Centenario del Club Alpino Italiano.
La data di partenza vien fissata per il 1° novembre dello stesso 1963, con un volo inaugurale della SAS, la compagnia aerea scandinava. A metà ottobre Fantin riceve l'incarico di realizzare un film sul Cervino, per il centenario di quella scalata e si reca a Valtournanche, compie le riprese sulla montagna e, ad un cambiamento in peggio del tempo, coincidente con le votazioni della regione che obbliga anche le guide a scendere, Fantin si precipita a Bologna, chiude i bagagli e parte per il Messico senza aver quasi neppure il tempo per cambiarsi d'abito. Breve telefonata al suo giungere in Messico, a Raul Sanchez Lopez, che dirige la scuola d'alpinismo e che non ha ricevuto il telegramma preannunciante l'arrivo. In poche ore, tutto viene ugualmente «imbastito» dai due amici messicani, Raul Sanchez e Jorge Rodea, un giornalista che appartiene al soccorso alpino di quella città: si scopre così che almeno 300 club in Messico (talvolta con soli dieci soci! ) frequentano la montagna con escursioni o con ascensioni.
La sera del 5 novembre i tré amici raggiungono con un'auto da pionieri del Far West il già noto «rancho» di Tlamacas (3882 m) e pernottano nelle accoglienti cuccette di legno. Una giornata piena di sole e l'aria balsamica hanno immediatamente ambientato anche l'Italiano che scatta fotografie come se fosse impazzito; gli sembra cosa irreale aver raggiunto quei luoghi per tanto tempo sognati a tavolino, sugli atlanti!
Nel pomeriggio del 6, i tré muovono lentamente e raggiungono il bivacco fisso, sorto da poco tempo, al Ventorrillo, una costruzione metallica a «mezza botte», come i nostri bivacchi delle Alpi. Il bivacco, che prende il nome di Teopixcalco ha un'altezza di 4930 metri. Malgrado la quota, il riposo è perfetto. Quando al mattino, è buio ancora, gli alpinisti escono dal ricovero, la cresta di Nexpayantla percorsa alla sera si indovina appena, mentre chiaro appare il pendìo delle «grietas» (= crepacci) che sta di fronte, per salire il Popocatepetl. La neve è crostosa in superficie e farinosa sotto: tipico risultato di fusione per temperatura alta, seguita da brusco raffreddamento successivo. Nulla di peggio poiché la crosta si rompe sotto.

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